domenica 24 novembre 2013

In principio era il Verbo


In un passato non troppo remoto mi è capitato di sentire persone anche dotate di notevoli risorse culturali menar vanto della loro ignoranza in fatto di numeri. Difficilmente si esibiva con la stessa fierezza l'incompetenza nelle materie umanistiche. Si era propensi a perdonare il letterato che non sapeva svolgere le divisioni con due cifre al divisore e a negare la medesima clemenza al biologo che storpiava le citazioni latine. Il primo era considerato comunque una persona colta, il secondo, per bene che potesse andare, era un bravo professionista ma, sotto sotto, rimaneva un ignorante: colpa della tradizionale priorità accordata alle materie umanistiche dalla scuola gentiliana e di una gerarchia dei saperi al cui vertice si collocavano quelle discipline prive di uno scopo pratico immediato, riservate naturalmente a quei ceti sociali che avevano tempoin quanto liberi dalle pressanti richieste del proprio stomaco, e denaro, frutto del lavoro altrui, per consacrare la loro esistenza all'otium.

La divisione del lavoro - osserva Marx ne L'ideologia tedesca - non diventa effettivamente divisione del lavoro che a partire dal momento in cui si opera la divisione fra lavoro materiale e lavoro intellettuale.
Se la storia avesse preso un altro corso, perché non è affatto detto che dovesse andare così, forse oggi non potremmo leggere la Recherche, i liceali eviterebbero le notti insonni sulle versioni di greco e l'aristocratico Alessandro Manzoni non tedierebbe gli studenti con I promessi sposi.

I colleghi della scuola media mi dicono che i ragazzi arrivano da loro con una paurosa povertà lessicale. Un amico mi riferisce di aver appreso assistendo ad un esame universitario in una facoltà di lettere che Augusto sarebbe vissuto nel Medioevo. La sconcertante rivelazione è imputabile all'esaminanda, di cui si ignora l'esito della carriera. Al test di ammissione alla facoltà di lettere ci furono non pochi candidati che collocarono nel Risorgimento la vita e l'opera di Antonio Gramsci. F., ultrasettantenne priva di un'istruzione formale, sa che Augusto è vissuto ai tempi di Gesù e che Gramsci era uno scrittore sardo che è stato imprigionato dal fascismo.

Evidentemente qualcosa è cambiato. Alla colpevolmente tollerata ignoranza in ambito scientifico si è aggiunta un'altrettanto colpevole e fastidiosa noncuranza nei confronti dei saperi umanistici, sempre ammesso che una tale netta separazione abbia ancora senso. 

Crollano le iscrizioni al liceo classico, per tradizione destinato ai rampolli delle classi abbienti. L'assottigliarsi del ceto medio evidentemente ha indotto numerose famiglie a ridimensionare le aspettative che ripongono sui figli. Eppure, credo, la crisi - già, la crisi, che tutto spiega e tutto giustifica - da sola non basta a render conto del fenomeno. In fondo la scuola serve per imparare un mestiere, per preparare al mondo del lavoro. Giusto? Non è questa la giaculatoria che dovremmo recitare ai nostri alunni? Se il lavoratore, poi, è ignorante come una capra, tanto di guadagnato per il padrone. Naturalmente chi sermoneggia sull'utilità dell'istruzione tecnica si guarda bene dal mandare il figlio alle scuole professionali, riservate ai figli degli altri, che sono svogliati oppure non sono portati per lo studio. Meglio che imparino un mestiere e comprendano da subito il posto che è stato loro riservato.

La perdita di credibilità della parola non è casuale. È un fatto dalla straordinaria rilevanza politica. Se la classe dominata viene indotta a pensare che le parole non servono a niente non avrà alcun motivo per contestarne il monopolio alla classe dominante e sarà priva di uno strumento con cui decriptare il linguaggio dei potenti. 


Se ricordare lo sforzo di Lorenzo Milani per l'alfabetizzazione dei ceti subalterni - ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani - può apparire inattuale - gli autori scomodi sono sempre sorpassati - non lo è certamente il riferimento al Prologo del Vangelo secondo Giovanni, se non altro perché quel testo è, o dovrebbe essere, un punto di riferimento imprescindibile per la vita spirituale di due miliardi di esseri umani.

Due accostamenti arbitrari, frutto del disordine con cui procedono le mie letture. Era da tempo che non citavo don Milani e avevo una gran voglia di ricordarlo. Dedicherò un post tutto a lui. Sto riscoprendo le Scritture che taluni dicono sacre e che, sacre o profane che siano, esercitano un fascino anche per l'uomo contemporaneo: forse, come sostengono gli uomini di chiesa, hanno qualcosa da dire anche a lui. 










     

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