sabato 13 luglio 2013

Breve ma sentita invettiva contro Hoppe

        


Ho terminato la lettura del libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito. Ne ho tratto un estremo disgusto, un fastidio persino fisico che tuttavia non mi ha impedito di arrivare sino all'ultima pagina, nella speranza che con un coup de théâtre - nel quale tuttavia non ho fatto fino in fondo affidamento - arrivasse a smentirsi, ad affermare che le oltre quattrocento pagine di cui si compone l'opera fossero nient'altro che un'esercitazione retorica, un divertissement stilistico.

Autoascrittosi a membro di una élite naturale, chiama a raccolta i suoi pari per condurre una crociata passatista contro la decadenza della cultura occidentale, declinata secondo i discutibili parametri di un'etica intransigente e reazionaria.

Il libro è percorso da alcune insuperabili contraddizioni: nelle prime pagine aleggia una certa nostalgia per gli imperi che hanno dominato l'Europa fino al 1918 ma in più punti si sostiene che la continua secessione in micronazioni di dimensioni sempre più ridotte costituisca l'orizzonte ineludibile della pratica libertaria; afferma che i cittadini possono "votare coi piedi", cioè andare a vivere dove pensano di ricevere un trattamento fiscale meno opprimente, ma è fautore di una politica migratoria estremamente restrittiva e improntata alla più gretta xenofobia; Hoppe usa parole durissime contro le libertà sessuali e le condotte"devianti", ponendosi quindi in contrasto con i fondamenti stessi della dottrina libertaria.

Prima di concludere vorrei rimandare alla completa lettura del libro e riservarmi di dare in seguito un giudizio più approfondito e corredato di opportuni riferimenti bibliografici.

Un'ultima considerazione: mentre nelle decadenti e corrotte democrazie occidentali è consentito ad un anarcocapitalista paleolibertario smerciare i suoi deliri e gabellarli per diritto naturale - e in questo forse dev'essere cercata la ragione della decadenza - nel sistema ipotizzato da Hoppe coloro che osassero mettere in dubbio la sua particolarissima visione del mondo, democratici e comunisti, funzionari statali e ambientalisti, tutti assimilati ai criminali comuni e declassati al rango di subumani, saranno deportati in luoghi desolati dove non potranno più disturbare la pacifica e feconda operosità dell'élite naturale.


   

giovedì 4 luglio 2013

Tutta colpa mia





Dopo aver letto il post di billy_paul mi sono permesso di intervenire sull'opportunità di trasformare alcuni stazzi galluresi in prestigiose ville smeraldine: un'operazione messa in campo dall'Emiro del Qatar per un valore complessivo di 1,2 miliardi di euro. 
L'autore premette di essere anarcocapitalista e per chi avesse dubbi su cosa sia l'anarcocapitalismo precisa come meglio non si potrebbe il suo pensiero:


da convinto anarco-capitalista ritengo che l’Emiro non dovrebbe essere costretto a chiedere niente a nessuno per agire sulla sua proprietà.  Per chiarire meglio la mia opinione: l’Emiro dovrebbe essere lasciato libero di  circondare con recinti elettrici la sua proprietà per tenere fuori autoctoni malintenzionati, costruire un grattacielo sulla falsa riga del Burj Khalifa in riva al mare o anche sul mare e fare/edificare/demolire qualunque altra cosa il suo cuore desidera senza chiedere niente a nessuno,  con l’unico limite che nessun danno debba essere arrecato a proprietari confinanti.
Il seguito del ragionamento è coerente con questa premessa. La premessa, tuttavia,  non è costituita da un fatto ma da una particolarissima visione delle relazioni sociali, l'anarcocapitalismo appunto, incentrato sull'indiscutibile preminenza assegnata alla proprietà privata e sulla dogmatica esclusione di qualsiasi intervento pubblico in economia.  
Se la logica ha un senso, cadendo la premessa cadono le affermazioni che ne seguono. E infatti la premessa cade miseramente, proprio perché autoreferenziale, circolare, che trova in se stessa la propria giustificazione.   
Nessun sistema etico che voglia essere preso sul serio potrebbe ritenere che il proprietario possa, per difendere la roba, attentare all'incolumità di un consociato. La vita di una persona disonesta, a meno di non disconoscere la sua umanità, vale, nel bilanciamento dei valori che informa l'ordinamento giuridico di un paese civile, più del patrimonio di una persona onesta. La vita di un autoctono malintenzionato è infinitamente più preziosa della faraonica villa dell'onesto vacanziere d'oltremare.

L'articolo prosegue citando i dati sconcertanti sulla disoccupazione in Italia:


siamo nel pieno di una crisi, l’intensità della quale non si vedeva dai tempi della grande depressione, con un tasso di disoccupazione stimato dall’ISTAT al 16,4% che in realtà è molto più alto se si tiene conto della cassa integrazione e di coloro che si sono arresi da tempo dal cercare lavoro.
Sto cercando di comprendere in quale relazione stiano la rottura degli equilibri sociali e ambientali con la riduzione del tasso di disoccupazione e il rilancio dell'economia isolana.

Segue la solita tirata contro la classe politica e l'opinione pubblica, chiaramente contraria ad un'iniziativa di cui non riesce a scorgere i vantaggi:


Gli ambientalisti denunciano quello che “sarà certamente uno scempio ambientale”. Tralasciamo il fatto che finchè comandava solo l’Aga Khan  tutto ciò che veniva costruito era bellissimo.
I sinistrorsi sono contrari perchè “si tratta di speculazione”. Forse qualcuno dovrebbe spiegare a questa gente che tutte le attività imprenditoriali e quindi di creazione di posti di lavoro, sono frutto di “speculazione”, ovvero del tentativo di guadagnarci. Nulla è mai garantito nelle nuove iniziative.
I destrorsi sono contrari perchè vogliono qualcosa in cambio per essere a favore.
Se i Sardi sono contrari avranno le loro buone ragioni, di cui non devono rendere conto a nessuno se non al proprio futuro.
Forse hanno iniziato a diffidare della marea di denaro che arriva in Sardegna e che riparte centuplicato senza che loro ne abbiano avuto alcun beneficio

Quanto alla classe politica, comprensiva di destrorsi, sinistrorsi e sardisti, sono piuttosto pessimista e temo che vorrà ricredersi, viste le ragioni sonanti che l'Emiro è in grado di mettere sul tavolo delle trattative.

Di fronte alle mie perplessità, non sui principi ma sul merito della questione, Billy Paul chiude la faccenda in maniera perentoria, accusandomi nientemeno che di essere tra i corresponsabili di una crisi paragonabile soltanto a quella degli anni '30. Niente di personale naturalmente: in quanto dipendente pubblico sono un parassita che vive alle spalle degli altri. 
[...]ormai l’Italia va verso lo sfacelo e voi dipendenti pubblici che ne siete la causa primaria per primi ne pagherete le conseguenze.
Come dire che i genovesi sono tirchi, i napoletani imbroglioni, gli zingari ladri, i siciliani gelosi e le donne zoccole. 

Forse una crisi come quella attuale meriterebbe più ponderazione, un maggior equilibrio di giudizio. Forse dovremmo guardare i nudi fatti senza paraocchi ideologici. Forse, più di ogni altra cosa, sarebbe necessario pensare che la colpa non è sempre degli altri. Se poi comprendessimo che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi potremmo iniziare a confrontarci.
  






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