venerdì 28 giugno 2013

Il sottile piacere di lasciarli a terra



Lo sciopero come «diritto individuale ad esercizio collettivo» è un «dogma fondato sulla ragione» (Gino Giugni)


Mi capita di leggere o di sentire con frequenza sempre maggiore scomposti attacchi contro il mondo del lavoro e i diritti dei lavoratori. Possono avere i toni da osteria, dove avvinazzati assenteisti deplorano l'inefficienza delle pubbliche amministrazioni, oppure quelli delle avvizzite aristocratiche - come nella canzone di Pietrangeli - che davanti ad un tè, rotacismo e bocchino  d'ordinanza, rimpiangono i bei tempi, quando ciascuno ciascuno stava al suo posto: il figlio dell'operaio faceva l'operaio e non si sognava neppure di chiedere un'aumento di paga.
Il fronte antilavorista è variegato e comprende pasciuti bottegai sempre disponibili ad impartire lezioni di equità sociale, profeti del libero scambio e severi cattedratici.


Leggete con calma il post di Fabristol dal titolo piuttosto inquietante L'incivile diritto allo sciopero.

Qualche estratto dall'articolo in questione:
[...]a causa di qualche sindacalista francese milioni di persone in Europa e nel mondo passeranno la notte all’ addiaccio e perderanno centinaia di euro di biglietto
[...] a causa di qualche sindacalista. Come se un sindacalista si alzasse di buon mattino e decidesse di non andare a lavorare per capriccio, esortando i colleghi a fare altrettanto.
Non funziona così. Lo sciopero, cioè l'astensione collettiva dal lavoro, è in genere l'extrema ratio, alla quale i sindacati ricorrono dopo aver tentato inutilmente altre vie meno traumatiche. E non è una decisione facile, perché i sindacati più influenti hanno posizioni spesso differenti sull'entità degli strumenti di lotta; si cerca un accordo poi, se il padrone non cede, si tenta  la soluzione estrema.
Nei fatti, l'esercizio de diritto di sciopero è sempre più difficile. In uno stesso stabilimento produttivo possono trovarsi assieme dipendenti che, pur avendo esattamente le stesse mansioni, sono legati all'azienda da contratti differenti. Il lavoratore a tempo indeterminato naturalmente può scioperare, ma questo diritto rimane lettera morta: se lo fa il padrone non gli rinnova il contratto. Dal punto di vista individuale lo sciopero, anche quando vi si aderisce in tutta libertà e senza il rischio di subire trattamenti discriminatori, è decisamente sconveniente poiché comporta una perdita di denaro superiore al valore del tempo non lavorato. 
Venerdì era il turno italiano per il trasporto di terra e aereo. Ogni volta che accade qualcosa di simile mi chiedo come possa una persona civile aderire ad uno sciopero del genere e continuare ad avere la coscienza pulita. Una persona è incivile quando non si rende conto del male che le sue azioni possono fare ai suoi simili. 
I parametri di civiltà ai quali l'uomo cerca di conformare la propria condotta sono assai mutevoli. Un po' come la moralità. L'egoismo per me è esecrando, per Fabristol potrebbe essere il motore del progresso. Lui considera lo sciopero una barbarie, per me è semplicemente un mezzo che i lavoratori usano per ottenere miglioramenti salariali e condizioni contrattuali più umane. Storicamente ha sempre funzionato e in ogni caso non mi viene in mente niente di meglio. Se oggi in quella parte di mondo che consideriamo civile i lavoratori godono di un trattamento migliore delle bestie da soma lo devono essenzialmente a se stessi, alla loro capacità di organizzarsi in funzione del raggiungimento di un obiettivo comune, disponendosi anche a fare degli enormi sacrifici. 
Indubbiamente lo sciopero pone questioni di coscienza. Io, ad esempio, metto sul piano della bilancia l'interesse egoistico a non avere lo stipendio decurtato e la possibilità che la mia azione possa contribuire al miglioramento delle condizioni di lavoro ad esempio dei colleghi precari. Per me si tratta di una perdita secca. Non ricevo, né pretendo, nessuna forma di remunerazione: ho semplicemente fatto il mio dovere civico.
I disagi, le perdite enormi economiche e di tempo di milioni di persone, i mancati ricongiungimenti familiari, tutte queste ragioni dovrebbero essere un freno alla decisione di un sindacalista di annunciare questo tipo di scioperi generali
I disagi, le perdite economiche e di tempo non sono un freno ma un incentivo ad annunciare questo tipo di scioperi generali. Dico di più: sono il motivo stesso che induce i sindacati a proclamare lo sciopero, che ha la sua ragion d'essere proprio nei disagi e nel danno economico che procura. 

Nell'articolo di Fabristol è presente un riferimento al pensiero di Bruno Leoni:
“Non va infatti dimenticato che «scioperare» non vuol dire semplicemente astenersi dal lavoro: vuol dire astenersi dal lavoro «in pendenza di un contratto di lavoro». In altre parole vuol dire mancare ad un proprio obbligo, previsto nel contratto. Le stesse considerazioni valgono, naturalmente, per la serrata. Se chiudere i battenti dell’azienda senza giustificato motivo può significare, da parte dell’imprenditore,violazione del contratto di lavoro, non vedesi perché la serrata debba considerarsi un «diritto», anche se,ovviamente, non la si può condannare come «reato», perché ciò urterebbe, ancora una volta, contro la coscienza di tutti gli uomini liberi.”
L'articolo 40 della Costituzione non ha avuto una normativa di attuazione. La legge 146 del 1990 si limita a regolare l'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. 
Per il resto la fissazione dei limiti al diritto di sciopero è stata consegnata all'elaborazione giurisprudenziale. 

Il pensiero liberale pone il contratto al centro del rapporto di lavoro e la legge a margine. Il punto è che i due contraenti, datore e prestatore di lavoro, non sono egualmente liberi. Di conseguenza il legislatore interviene per temperare questa disparità. Un'ovvietà anteposta a qualsiasi trattazione sistematica di diritto del lavoro, che giustifica la sua specificità, anche scientifica, rispetto al diritto comune. 









giovedì 20 giugno 2013

Per la scuola pubblica/3

Da tempo combatto contro Libertarianation.
Loro ci attaccano, in barba al principio di non aggressione, noi dobbiamo difenderci. Io cerco  non di convincere loro ma di smascherare l'inganno che si cela dietro il mito della libertà.
Provate a leggere il post dal titolo Il fallimento della scuola pubblica: un distillato di luoghi comuni alimentato dall'odio viscerale che nutrono contro gli insegnanti.

martedì 18 giugno 2013

Per la scuola pubblica/2

Nel post precedente ho cercato di comprendere una delle ragioni che spingono alcuni commentatori a pronunciare giudizi tanto drastici sulla scuola pubblica: il peccato imperdonabile è stato proprio la sua dimensione di massa, la possibilità di accedervi riconosciuta anche a chi non avrebbe potuto pagare le proibitive rette degli istituti privati e i costi accessori quali l'acquisto dei libri, il trasporto e il soggiorno nelle città universitarie. Per giunta - si sostiene - la scuola per i poveri viene pagata dai soldi dei ricchi attraverso la fiscalità generale. Soldi spesi male perché la scuola pubblica non funziona e sforna ignoranti. Su questi consunti stereotipi esiste una sitografia pressoché sterminata.

Fra i fautori del privato molti sono i sostenitori del sistema buono - scuola. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di finanziamento, che va ad urtare in maniera netta contro l'interdetto posto dall'articolo 33 della Costituzione il quale consente ai privati di istituire enti con finalità educative, a patto che questo avvenga senza l'esborso di denaro pubblico. Al di là del dato giuridico, che sarebbe da solo sufficiente a chiudere la discussione, dobbiamo pure considerare l'assurda pretesa che lo Stato finanzi se stesso e i propri concorrenti. A questo punto, seguendo la medesima logica, dovremmo prevedere un buono sanità, un buono previdenza e magari anche un buono sicurezza, col quale retribuire le società di vigilanza che custodiranno la nostra incolumità o un buono giustizia da utilizzare nel caso avessimo bisogno di adire un collegio arbitrale.

L'argomento che fa leva sul rapporto costi/benefici non è tuttavia esaustivo. Serpeggia infatti il timore, presso gli ambienti clericali ma non solo, che la scuola possa essere veicolo di valori in contrasto con quelli trasmessi dalla famiglia. Berlusconi si è fatto più volte portavoce di queste paure, arrivando a sostenere che la scuola privata consente di sottrarre i ragazzi all'influenza dei professori di sinistra. Più sfumata la posizione di Bagnasco, che parla di un sistema di istruzione pubblico in cui, oltre allo Stato, operino anche altri enti con pari dignità e riconoscimento. Sarà appena il caso di ricordare che la scuola privata in Italia, è in gran parte confessionale.
Ora, se è vero, almeno fino ad un certo punto, che i genitori hanno il diritto di educare i figli secondo il proprio orientamento culturale, è quantomeno  dubbio che tale diritto debba essere pagato con il denaro pubblico.

mercoledì 12 giugno 2013

Per la scuola pubblica/1


Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato (Art. 33 Cost., 3°comma)

Naturalmente non poteva mancare un post sul recente referendum bolognese relativo al finanziamento pubblico della scuole dell'infanzia paritarie.
La portata del referendum naturalmente va al di là del ristretto ambito locale in cui è maturata e degli effetti pratici che può produrre per assumere una più marcata natura politica.
L'articolo 33 della Costituzione, al terzo comma, è incontrovertibilmente chiaro:  quel senza oneri per lo Stato non si presta ad interpretazioni multiple. I genitori benestanti e benpensanti sono liberi di affidare le figlie alle suore Orsoline, al riparo dalla seduzione (intellettuale s'intende...) dei professori marxisti di filosofia e i figli indolenti ai diplomifici che nascono e prosperano con rapidità preoccupante. Basta pagare e arriva il diploma e magari anche la laurea. 
Se il discorso si chiudesse qui nessuno avrebbe da obiettare alcunché. Pagano per ottenere ciò che potrebbero avere gratuitamente. In fondo ognuno butta i soldi come meglio crede.
Proviamo a domandarci cosa ci sia dietro la crociata contro la scuola pubblica.  Dobbiamo tener presente che la essa è stata un formidabile veicolo di promozione sociale almeno fino agli anni Ottanta. Ancora oggi, nonostante la crisi occupazionale, aver condotto dei buoni studi può essere una carta spendibile sul mercato del lavoro. Peccato imperdonabile: i cafoni hanno conteso alla borghesia i posti di comando nelle pubbliche amministrazioni, nella giustizia, nelle forze armate e, impudenza senza eguali, persino nei consessi legislativi.
L'articolo 34 della Costituzione prevede che 
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
Certo, non bastano le borse di studio a fare la differenza. Tuttavia il Costituente ha voluto sancire che non si possono fare parti uguali fra diseguali e che, di conseguenza, si deve dare di più a chi ha meno. Si tratta, a ben vedere, del principio di eguaglianza sostanziale, contrapposto al principio di eguaglianza formale, tanto caro alla tradizione liberale.


Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...