venerdì 24 maggio 2013

Etica mercantile

Qualche parola a proposito del post di Luca. Cerco di essere conciso più di quanto la complessità della materia richiederebbe.
Luca riporta un passaggio dell'Illustrazione ticinese in cui si sostiene che l'etica mercantile sia una derivazione di quella piratesca:
Si sa che l’etica mercantile non è altro che un perfezionamento dell’etica piratesca: cerca sempre di depredare gli altri, perché tanto gli altri cercheranno di depredare te. È difficile, ma non impossibile, condurre affari assolutamente onesti. Tuttavia è un fatto che l’onestà è incompatibile con l’accumulo di una grossa fortuna: per diventare davvero ricchi bisogna in qualche modo barare
Luca, da mercante, si sente offeso e al giudizio sommario dell'Illustrazione contrappone la propria prospettiva romantica  delle relazioni umane, sfoderando quell'ottimismo particolarmente diffuso fra i liberqualcosa, suoi correligionari nella monolatria del mercato.
Sentiamo il suo comprensibile sfogo:
Quando penso al concetto di mercato, le prime immagini che a me vengono in mente non sono concorrenza spietata, truffa o avidità ma fiducia e cooperazione. Quando una persona scambia soldi con merce vuol dire che valuta più importante la merce che i soldi che ha ceduto, l’esatto opposto invece per chi cede la merce. È un’operazione dove tutte e due le parti vincono, altrimenti non ci sarebbe lo scambio, il mercato. Questo mercato si basa principalmente sui due fattori scritti sopra.
Tutti siamo mercanti di qualcosa, afferma Luca. Poniamo che sia vero, annoverando fra le merci reperibili e vendibili sul mercato quel bene affatto particolare costituito dalla forza lavoro. È un'ipotesi che prendo per buona, pur essendo di avviso nettamente contrario. Ammesso e non concesso dunque che il lavoro sia una merce come tutte le altre, rimane da vedere se il mercante-lavoratore sia davvero libero di disporre della propria merce al pari del mercante non lavoratore che ne acquista le prestazioni. La risposta, scontata, è negativa e smaschera l'inganno su cui si fonda tutto l'impianto concettuale libertario: la libertà proclamata dai libertari si risolve, in definitiva, in arbitrio e arroganza proprietaria, in legittimazione morale dello sfruttamento.

martedì 7 maggio 2013

A chi giovano le prove INVALSI?


«Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere lo spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati». (Luciano Canfora)

Durante il mese di maggio migliaia di insegnanti e di studenti italiani  vivono un'esperienza particolarmente cruenta e psicologicamente devastante: le prove INVALSI. Per chi non lo sapesse INVALSI è l'acronimo di Istituto nazionale per la valutazione del sistema formativo dell'istruzione
Lo scopo dei test INVALSI è quello di valutare le competenze degli allievi e, di rimando, quelle degli insegnanti e quindi la qualità della scuola italiana nel suo complesso.
Non sono pregiudizialmente contro la somministrazione dei test e personalmente li ho vissuti come un sistema per monitorare il mio lavoro senza particolare stress. Quello che ho avuto modo di osservare è che i bambini vivono quest'esperienza con un forte carico emotivo. Il risultati  risultano alterati proprio dalle aspettative che noi insegnanti riponiamo sui test. 
Contro le prove INVALSI si è levata la voce particolarmente autorevole di Luciano Canfora che le vede come il trionfo postumo di Mike Bongiorno. Insomma, la cultura fatta di test, di competizione e di punteggi assegnati con criteri francamente discutibili.
La funzione della scuola, così conclude Canfora la sua intervista e così io interpreto il mio mestiere, è prima di tutto quella di creare spirito critico, di formare quindi cittadini e non sudditi. 
A me pare invece che la tendenza sul lungo periodo sia esattamente opposta. Negli ultimi anni si parla in maniera maniacale di obbiettivi a scapito dei percorsi, di nozioni e contenuti che ignorano le componenti affettive dell'apprendimento. I test INVALSI puniscono la creatività, generano conformismo e mortificano le intelligenze divergenti. 
Aspettando, come si augura lo stesso Canfora e con lui buona parte dei docenti italiani, che i test INVALSI vengano restituiti a chi li ha inventati, proviamo a sognare una scuola senza registri, né voti, né schede di valutazione.

mercoledì 1 maggio 2013

Buon primo maggio

Se non avessi un lavoro a tempo indeterminato coperto da quelle odiose garanzie sindacali che tanto spiacciono ai padroni, se il mio lavoro non fosse regolato da altrettanto spiacenti rigidità contrattuali, se io facessi il mio mestiere non grazie ad un concorso pubblico ma in virtù del capriccio e delle ubbie di un responsabile delle risorse umane, se, in altri termini, il mio datore di lavoro avesse la possibilità di decidere in maniera unilaterale, se fosse lui a tenere il banco, io sarei probabilmente un po' meno libero.
Siamo sicuri che la disoccupazione sia davvero la grande emergenza nazionale? Non è forse una risorsa? Disoccupazione giovanile, cifre attorno al 40% in Italia, significa poter disporre di una quantità di mano d'opera anche altamente qualificata, a costi esigui, disponibile alle più improbabili tipologie contrattuali. Se non si ha di che vivere perché si è nati dalla parte sbagliata si può accettare di tutto. Sono in una situazione di bisogno, mi chiedono di sgobbare per dieci ore al giorno in cambio di 400 euro. Accetto di malincuore, faccio finta di essere contento e ringrazio il carnefice che mi ha dato lavoro.
Buon primo maggio a chi lavora, a chi non lavora perché non ha accettato di svendersi e a chi ha deciso di spendere la propria vita per la causa degli ultimi e degli oppressi.

Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...