martedì 24 dicembre 2013

Pensierini sul Natale



A Natale siamo mediamente più tristi che nel resto dell'anno:  anche questo fa parte della tradizione. Tanto di guadagnato per i commercianti. Più si è tristi e più si compra, nel tentativo di colmare non so quale imponderabile vuoto esistenziale.

Non riesco neppure io a sottrarmi alla stucchevole retorica del Natale e finisco sempre col cedere alla spontaneità dell'atto donativo. La solidarietà organizzata che assume la forma della maratona televisiva mi lascia perplesso e ho il sospetto che qualcuno la usi per riempirsi lo stomaco. Meglio lasciare cinque euro sul cappello di un  musicista di strada, tanto più dolce nella sua sconfinata tristezza se accompagnato da un cane che sonnecchia ai suoi piedi. 


Siccome sono comunista 365 giorni all'anno, alternando il rigore dell'ortodossia a qualche pericolosa devianza decrescitista, questa mesta ricorrenza consumistica, mi dà l'occasione di riflettere sulla sproporzione tra ricchi e poveri. Ieri sera mi sono recato Sassari per un giro di acquisti. Ho fatto lo slalom tra mendicanti e panciuti borghesi che parlavano d'affari: il clemente dicembre sardo consente di sorseggiare l'aperitivo seduti ai tavolini esterni. Sulla via del ritorno ho rivisto le stesse persone annoiate e visibilmente infastidite, da cosa non l'ho compreso. Certo, gli affari per loro, c'è la crisi, non vanno bene, ma, d'altra parte non s'è mai visto un commerciante soddisfatto, un po' come i serpenti erbivori: non possiamo escludere che esistano ma nessuno ne ha mai incontrato uno. Il senso dell'equità sociale, che mi accompagna sempre,  grosso modo a partire dalla fine di novembre si atteggia ad invidia e si manifesta quando indosso i panni dell'automobilista. Non posso fare a meno di notare le automobili di grossa cilindrata posteggiate davanti ai caffè. Tra di esse una ha suscitato la mia attenzione. Si trattava di una vettura del segmento F. L'ho scrutata con attenzione, e credo che questo non sia dispiaciuto al suo proprietario, dal momento che la funzione principale di un bene di lusso è quella di celebrare la ricchezza di chi se lo può permettere. Per poterla acquistare dovrei lavorare per oltre dieci anni senza spendere nulla.

Raggiungendo la mia Fiat 600 ho rimuginato sulle ragioni che hanno generato la ricchezza dei pochi e la povertà di troppi. La risposta che ho dato non diverge  troppo dai ragionamenti che imbastisco a mente fredda. 

Posso tuttavia ritenermi fortunato. Questo mese ho ricevuto stipendio e tredicesima. So che ci sono insegnanti che non vengono pagati da mesi. Buon Natale colleghe. Buon Natale al sassofonista di strada e al suo compagno di vita e di miseria. E Buon Natale anche te, anonimo riccastro. Perdonami se ieri sera ti ho invidiato. È la notte di Natale e, solo per stasera, non ti porto rancore.














domenica 24 novembre 2013

In principio era il Verbo


In un passato non troppo remoto mi è capitato di sentire persone anche dotate di notevoli risorse culturali menar vanto della loro ignoranza in fatto di numeri. Difficilmente si esibiva con la stessa fierezza l'incompetenza nelle materie umanistiche. Si era propensi a perdonare il letterato che non sapeva svolgere le divisioni con due cifre al divisore e a negare la medesima clemenza al biologo che storpiava le citazioni latine. Il primo era considerato comunque una persona colta, il secondo, per bene che potesse andare, era un bravo professionista ma, sotto sotto, rimaneva un ignorante: colpa della tradizionale priorità accordata alle materie umanistiche dalla scuola gentiliana e di una gerarchia dei saperi al cui vertice si collocavano quelle discipline prive di uno scopo pratico immediato, riservate naturalmente a quei ceti sociali che avevano tempoin quanto liberi dalle pressanti richieste del proprio stomaco, e denaro, frutto del lavoro altrui, per consacrare la loro esistenza all'otium.

La divisione del lavoro - osserva Marx ne L'ideologia tedesca - non diventa effettivamente divisione del lavoro che a partire dal momento in cui si opera la divisione fra lavoro materiale e lavoro intellettuale.
Se la storia avesse preso un altro corso, perché non è affatto detto che dovesse andare così, forse oggi non potremmo leggere la Recherche, i liceali eviterebbero le notti insonni sulle versioni di greco e l'aristocratico Alessandro Manzoni non tedierebbe gli studenti con I promessi sposi.

I colleghi della scuola media mi dicono che i ragazzi arrivano da loro con una paurosa povertà lessicale. Un amico mi riferisce di aver appreso assistendo ad un esame universitario in una facoltà di lettere che Augusto sarebbe vissuto nel Medioevo. La sconcertante rivelazione è imputabile all'esaminanda, di cui si ignora l'esito della carriera. Al test di ammissione alla facoltà di lettere ci furono non pochi candidati che collocarono nel Risorgimento la vita e l'opera di Antonio Gramsci. F., ultrasettantenne priva di un'istruzione formale, sa che Augusto è vissuto ai tempi di Gesù e che Gramsci era uno scrittore sardo che è stato imprigionato dal fascismo.

Evidentemente qualcosa è cambiato. Alla colpevolmente tollerata ignoranza in ambito scientifico si è aggiunta un'altrettanto colpevole e fastidiosa noncuranza nei confronti dei saperi umanistici, sempre ammesso che una tale netta separazione abbia ancora senso. 

Crollano le iscrizioni al liceo classico, per tradizione destinato ai rampolli delle classi abbienti. L'assottigliarsi del ceto medio evidentemente ha indotto numerose famiglie a ridimensionare le aspettative che ripongono sui figli. Eppure, credo, la crisi - già, la crisi, che tutto spiega e tutto giustifica - da sola non basta a render conto del fenomeno. In fondo la scuola serve per imparare un mestiere, per preparare al mondo del lavoro. Giusto? Non è questa la giaculatoria che dovremmo recitare ai nostri alunni? Se il lavoratore, poi, è ignorante come una capra, tanto di guadagnato per il padrone. Naturalmente chi sermoneggia sull'utilità dell'istruzione tecnica si guarda bene dal mandare il figlio alle scuole professionali, riservate ai figli degli altri, che sono svogliati oppure non sono portati per lo studio. Meglio che imparino un mestiere e comprendano da subito il posto che è stato loro riservato.

La perdita di credibilità della parola non è casuale. È un fatto dalla straordinaria rilevanza politica. Se la classe dominata viene indotta a pensare che le parole non servono a niente non avrà alcun motivo per contestarne il monopolio alla classe dominante e sarà priva di uno strumento con cui decriptare il linguaggio dei potenti. 


Se ricordare lo sforzo di Lorenzo Milani per l'alfabetizzazione dei ceti subalterni - ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani - può apparire inattuale - gli autori scomodi sono sempre sorpassati - non lo è certamente il riferimento al Prologo del Vangelo secondo Giovanni, se non altro perché quel testo è, o dovrebbe essere, un punto di riferimento imprescindibile per la vita spirituale di due miliardi di esseri umani.

Due accostamenti arbitrari, frutto del disordine con cui procedono le mie letture. Era da tempo che non citavo don Milani e avevo una gran voglia di ricordarlo. Dedicherò un post tutto a lui. Sto riscoprendo le Scritture che taluni dicono sacre e che, sacre o profane che siano, esercitano un fascino anche per l'uomo contemporaneo: forse, come sostengono gli uomini di chiesa, hanno qualcosa da dire anche a lui. 










     

sabato 5 ottobre 2013

Quando uno è cretino è cretino


                                                                                                              Non abbiamo nessuna remora a tacciare d'ipocrisia la costernazione istituzionale che fa da sfondo all'ultima tragedia di migranti nei mari di
Lampedusa. Se non ci fossero di mezzo più di duecento morti potremmo sorridere del Cavaliere (scusate, ex Cavaliere, le onorificenze  vengono revocate a chi se ne renda indegno) quando invita i suoi a non occuparsi delle vicende interne al partito. Sappiamo bene che ha un solo pensiero in testa, evitare la sua morte politica; la morte altrui, invece, lo riguarda solo nella misura in cui può trarne qualche tangibile beneficio. Noi questo lo sappiamo e lui sa che noi sappiamo. Come sappiamo che la legge Bossi Fini porta il nome di due ministri di uno dei suoi governi: Gianfranco Fini, allora Vicepresidente del Consiglio, poi caduto in disgrazia e dimenticato, e Umberto Bossi, Ministro leghista per le Riforme Istituzionali. Questo atteggiamento, fingere di partecipare al dolore del mondo per non perdere credibilità sociale, è generalmente qualificato come ipocrita. 
Ugualmente ipocriti sono i minuti di raccoglimento prima degli eventi sportivi; ipocriti sono il lutto nazionale, lo sgomento presidenziale, le bandiere a mezz'asta e lo sbigottimento del paese. Ipocriti perché, in fondo, all'uomo qualunque interessa assai poco della sorte di quei poveri africani. 
Eppure anche l'ipocrisia ha una sua funzione: delinea un quadro di valori condivisi, tanto che discostarsene in maniera troppo netta può determinare un sensibile calo del gradimento politico.
Ecco perché dovremmo storcere il naso di fronte alle dichiarazioni rese da Matteo Salvini a Porta a Porta:

 

La sua sincerità è preoccupante in quanto indice del decadimento di un'etica condivisa. Non è ipocrita perché non ne avverte il bisogno e comprende che la sua base elettorale razzista, e xenofoba proprio come lui, non è partecipe della pietà umana che qualsiasi essere umano dotato di coscienza sente di dover provare di fronte a centinaia di propri simili annegati come topi.



domenica 25 agosto 2013

L'antipolitica che rende



Nel post precedente ho pubblicato questo spezzone di una puntata di Agorà Estate


Possiamo fare tre ordini di considerazioni:

1) A fronte di un compassato Cofferati, Facco appare nervoso, quasi impaziente di dirne quattro all'ex sindacalista. Atteggiamento comprensibile in un esordiente che non vede l'ora di sfruttare al meglio i suoi cinque minuti di notorietà. Leonardo Facco, tuttavia, non è un esordiente: giornalista, scrittore e attivista politico dovrebbe essere avvezzo a partecipare ai pubblici dibattiti. Scopre subito le sue carte sfoderando senza diplomazia il suo credo libertario. Potrebbe avere ragione ma espone i suoi argomenti in maniera scomposta e rabbiosa, rendendosi indisponente e vanificando la poca credibilità che i suoi argomenti possono vantare. 

2) Ammettiamo che l'attività svolta da Cofferati, impiegato alla Pirelli, dirigente sindacale, sindaco di Bologna ed europarlamentare, non rientri nella nozione di lavoro accolta da Facco. L'argumentum ad personam è un pessimo stratagemma retorico: se anche Cofferati fosse un nullafacente, un parassita, un soggetto socialmente pericoloso dal quale è giusto difendersi, ciò non sarebbe sufficiente a confutare le sue affermazioni in materia di politica fiscale o investimenti pubblici.

3) Leonardo Facco è stato giornalista de La Padania; in seguito si è allontanato dalla Lega denunciandone la deriva partitocratica, rimanendo però visceralmente e integralmente leghista; cura un blog per il Giornale( anche se mi risulta che non sia stato aggiornato di recente); è   tra i fondatori del Movimento Libertario di cui è instancabile animatore. In rete sono disponibili i suoi interventi su svariati argomenti  che non lasciano alcun dubbio sulla sua appartenenza politica.

Per quale ragione Facco, uomo politicamente impegnato, avverte l'insopprimibile necessità di gettare fango su un uomo dalla condotta inappuntabile come Cofferati? Per quale ragione si accredita come campione dell'antipolitica?

La risposta che azzardo è straordinariamente scontata.
Perché l'antipolitica funziona. La critica alla casta, ai "politici", alla burocrazia e alle tasse che strozzano le imprese, ai servizi pubblici inefficienti e costosi è una moneta spendibile sul mercato politico. 
Cofferati naturalmente è il bersaglio ideale per questo genere di polemiche.  È
stato al vertice del più importante sindacato italiano dal 1994 al 2002. Se pensiamo che la CGIL, nel corso del ventennio berlusconiano, è stata l'unica organizzazione in grado di mobilitare in maniera quasi compatta il mondo del lavoro, possiamo comprendere le ragioni di tanto livore.

Infine, proviamo a chiederci di quali categorie sociali Facco si erge a portavoce. Anche la risposta a questa domanda, se si dispone di correttezza intellettuale e buon senso, sarà di una spiazzante chiarezza.  













domenica 18 agosto 2013

La mia vita per quattro pannocchie


I fatti: un gruppo di teppisti danneggia un campo di mais biotech e strappa qualche piantina. Potrebbe finire qui. Al massimo una colonna nella cronaca locale di un giornale di provincia, sempre che nelle stesse ore e nello stesso luogo non sia accaduto nulla di più grave.
Senonché il campo in questione appartiene a Giorgio Fidenato, cofondatore del Movimento Libertario.
Proprio dal sito del movimento apprendo del danneggiamento cui ho fatto riferimento. L'articolo, firmato da Leonardo FaccoRieccoli, i nazi-comunisti distruggono un campo di Fidenato, non ha niente di giornalisticamente interessante. Vale comunque la pena leggerlo per intero. Non se ne esce arricchiti culturalmente però ci si riesce fare un'idea di cosa sia il libertarianesimo in salsa padana: un' orrenda mistura di classismo e risentimento padronale accompagnata dal basso continuo del radicalismo antifiscale. Non a caso uno degli slogan del movimento libertario è La proprietà è un diritto naturale, le tasse sono un furto. Falsa, o comunque fortemente opinabile, la prima affermazione e, di conseguenza, falsa la seconda.
Sembra di sentire il Roma ladrona di un Bossi d'antan.

I teppisti in questione vengono definiti aborti dell'intelletto e cialtroni subumani. Untermenschen insomma, non proprio animali ma neppure esseri umani a pieno titolo.

Più avanti Facco si esibisce in una tirata contro la classe politica, la casta, colpevole di aver preso delle decisioni che a lui non stanno bene. 


"L’azione di questi cialtroni subumani è la diretta conseguenza delle parole di una casta politica irragionevole, retrograda, composta da minus habens scientifici che armano la loro mano con dichiarazioni delinquenziali (In primis la ministra De Girolamo). Sarebbe ora e tempo che la magistratura si occupasse di costoro".
Secondo Facco il Parlamento e il Governo in questo istigherebbero a compiere gesti come quello denunciato da Fidenato. Il ragionamento è semplice: poiché la casta manifesta una pregiudiziale avversione verso le biotecnologie si rende mandante dell'atto vandalico di cui è stato oggetto il mais biotech. 

La battaglia di Fidenato è più che legittima. Non ho particolari titoli per pronunciarmi in tema di biotecnologie ma non vedo di cattivo occhio la possibilità di coltivare cereali particolarmente resistenti alle basse temperature o che necessitano di una minor quantità d'acqua. In un paese civile, e credo che l'Italia lo sia nonostante Facco, la questione si dovrebbe chiudere. OGM si OGM no? OGM no. Quindi, siccome il Parlamento e il Governo si pronunciano in maniera difforme da quanto auspicato, trasciniamo tutti in giudizio e li chiamiamo a rispondere penalmente delle loro decisioni?

Per avere un'idea di quale becera cultura ispiri le parole di Facco si può guardare questo video, in cui da libero sfogo al provincialismo dell'antipolitica militante.


In questo intervento ad Agorà Facco ci fa dono di alcune prelibatezze. Propone introduzione di una flax tax, dieci per cento secco su tutti i redditi, che archivierebbe il sistema della progressività fiscale; afferma, fra lo stupore generale, che i dipendenti pubblici non pagano tasse; conclude con il pezzo forte del repertorio qualunquista: "Lei Cofferati dovrebbe iniziare a lavorare".








lunedì 12 agosto 2013

Da un parassita ad un tartassato

Tempo fa ho dato conto di una polemica con l'anonimo autore e con un commentatore, anch'egli anonimo, di un post pubblicato su sardegnalibertaria. Avrei voluto condurre una discussione sul merito della questione posta e invece siamo finiti per confrontarci sui nostri orizzonti culturali di riferimento, dimenticandoci, nonostante le mie sollecitazioni, del pretesto che ha dato origine alla discussione.

Rinuncio a redimere gli irredimibili. Del resto è noto che a lavar la testa agli asini si perde il il tempo e l'acqua, beni entrambi preziosi. 

Riporto alla lettera alcuni commenti :
1)Per noi non ci sono ne decisioni da prendere ne motivi per retrocedere l’economia continuerà a crollare quando la massa avrà fame la vostra parte dovrà fuggire per evitare le orde forcaiole.(billy_paul )
Non credo che lo sviluppo della Sardegna passi attraverso l'aumento delle cubature.  Possiamo naturalmente ragionare sul ritardo storico della Sardegna e del Meridione in generale, evitando stereotipi, pregiudizi, dogmi e parole d'ordine; cerchiamo di individuarne  le cause e confrontiamoci sui possibili rimedi. Non esistono soluzioni semplici e univoche a problemi complessi. 
Poco prudente evocare le orde forcaiole. Potrebbe essere la sua parte a dover fuggire per evitare la giustizia sommaria della plebe inferocita.
Bisognerebbe comunque intendersi su quali siano i confini delle due parti.


2)Se non vuol essere definito un parassita smetta di esserlo! Lasci il suo lavoro a nostro carico che, tra l’altro, è uno dei settori statali dove il sovra numero è più palese e si cerchi un lavoro non a carico della collettività. Le consiglio il Massachusetts dove vi è una forte richiesta di educatori negli istituti di educazione privati con retribuzioni che in Italia sembrerebbero da top manager.(billy_paul)
Il Massachussetts è oggetto della stupefatta ammirazione libertaria. Un vero paradiso: stato minimo e alto tenore di vita. Vada pure, pianti tutto e prenda la via dell'emigrazione, armato solo della propria forza lavoro e di tanta buona volontà.


3)Parassita è e parassita rimane finche non dimostra il contrario e comunque fossi lei mi vergognerei di ammettere di far parte della casta di burocrati che sta affossando l’Italia dando servizi pessimi (vedi ranking italiano nel PISA test) e costosissimi (lo stato assorbe il 54% del PIL) in cambio delle enormi cifre estorte. Lei ovviamente è pagu bessiu se pensa che il sistema italiano funziona, anche dovendo accettare un alto livello di statalismo ci sono modelli dove la restituzione in servizi statali delle somme estorte ai cittadini è quantificabile in ordini di magnitudine più alto di quello italiano, anche dovendo accettare il dover pagare per l’educazione universale il sistema italiano è rotto e non riparabile consiglio che andiate ad imparare qualcosa dalla Finlandia. (William)
Sarò pagu bessiu come afferma William ma quel poco che conosco del mondo mi porta ad affermare che i sistemi scolastici nordici sono informati ai criteri di inclusività e gratuità. So anche che l'evasore fiscale a quelle latitudini è una bestia rara mentre in Italia è coccolato quando non acclamato come un eroe nazionale.
Infine, caro William, non mi vergogno affatto del mio status di dipendente pubblico. Ne vado anzi fiero. Lo stato sociale, scuola sanità e previdenza gratuite, ha consentito ai nati nel dopoguerra un avanzamento sociale mai avuto prima. Persone meno fortunate di lei hanno avuto la possibilità di ricevere dallo stato ciò che voi avete avuto gratuitamente. Naturalmente lei mi dirà che questo è avvenuto grazie al denaro che vi è stato estorto.
Mettiamola in questi termini: la vostra parte sta restituendo una piccola percentuale di quanto ha estorto negli anni alla nostra parte.
Temo che continueremo a non capirci.


sabato 13 luglio 2013

Breve ma sentita invettiva contro Hoppe

        


Ho terminato la lettura del libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito. Ne ho tratto un estremo disgusto, un fastidio persino fisico che tuttavia non mi ha impedito di arrivare sino all'ultima pagina, nella speranza che con un coup de théâtre - nel quale tuttavia non ho fatto fino in fondo affidamento - arrivasse a smentirsi, ad affermare che le oltre quattrocento pagine di cui si compone l'opera fossero nient'altro che un'esercitazione retorica, un divertissement stilistico.

Autoascrittosi a membro di una élite naturale, chiama a raccolta i suoi pari per condurre una crociata passatista contro la decadenza della cultura occidentale, declinata secondo i discutibili parametri di un'etica intransigente e reazionaria.

Il libro è percorso da alcune insuperabili contraddizioni: nelle prime pagine aleggia una certa nostalgia per gli imperi che hanno dominato l'Europa fino al 1918 ma in più punti si sostiene che la continua secessione in micronazioni di dimensioni sempre più ridotte costituisca l'orizzonte ineludibile della pratica libertaria; afferma che i cittadini possono "votare coi piedi", cioè andare a vivere dove pensano di ricevere un trattamento fiscale meno opprimente, ma è fautore di una politica migratoria estremamente restrittiva e improntata alla più gretta xenofobia; Hoppe usa parole durissime contro le libertà sessuali e le condotte"devianti", ponendosi quindi in contrasto con i fondamenti stessi della dottrina libertaria.

Prima di concludere vorrei rimandare alla completa lettura del libro e riservarmi di dare in seguito un giudizio più approfondito e corredato di opportuni riferimenti bibliografici.

Un'ultima considerazione: mentre nelle decadenti e corrotte democrazie occidentali è consentito ad un anarcocapitalista paleolibertario smerciare i suoi deliri e gabellarli per diritto naturale - e in questo forse dev'essere cercata la ragione della decadenza - nel sistema ipotizzato da Hoppe coloro che osassero mettere in dubbio la sua particolarissima visione del mondo, democratici e comunisti, funzionari statali e ambientalisti, tutti assimilati ai criminali comuni e declassati al rango di subumani, saranno deportati in luoghi desolati dove non potranno più disturbare la pacifica e feconda operosità dell'élite naturale.


   

giovedì 4 luglio 2013

Tutta colpa mia





Dopo aver letto il post di billy_paul mi sono permesso di intervenire sull'opportunità di trasformare alcuni stazzi galluresi in prestigiose ville smeraldine: un'operazione messa in campo dall'Emiro del Qatar per un valore complessivo di 1,2 miliardi di euro. 
L'autore premette di essere anarcocapitalista e per chi avesse dubbi su cosa sia l'anarcocapitalismo precisa come meglio non si potrebbe il suo pensiero:


da convinto anarco-capitalista ritengo che l’Emiro non dovrebbe essere costretto a chiedere niente a nessuno per agire sulla sua proprietà.  Per chiarire meglio la mia opinione: l’Emiro dovrebbe essere lasciato libero di  circondare con recinti elettrici la sua proprietà per tenere fuori autoctoni malintenzionati, costruire un grattacielo sulla falsa riga del Burj Khalifa in riva al mare o anche sul mare e fare/edificare/demolire qualunque altra cosa il suo cuore desidera senza chiedere niente a nessuno,  con l’unico limite che nessun danno debba essere arrecato a proprietari confinanti.
Il seguito del ragionamento è coerente con questa premessa. La premessa, tuttavia,  non è costituita da un fatto ma da una particolarissima visione delle relazioni sociali, l'anarcocapitalismo appunto, incentrato sull'indiscutibile preminenza assegnata alla proprietà privata e sulla dogmatica esclusione di qualsiasi intervento pubblico in economia.  
Se la logica ha un senso, cadendo la premessa cadono le affermazioni che ne seguono. E infatti la premessa cade miseramente, proprio perché autoreferenziale, circolare, che trova in se stessa la propria giustificazione.   
Nessun sistema etico che voglia essere preso sul serio potrebbe ritenere che il proprietario possa, per difendere la roba, attentare all'incolumità di un consociato. La vita di una persona disonesta, a meno di non disconoscere la sua umanità, vale, nel bilanciamento dei valori che informa l'ordinamento giuridico di un paese civile, più del patrimonio di una persona onesta. La vita di un autoctono malintenzionato è infinitamente più preziosa della faraonica villa dell'onesto vacanziere d'oltremare.

L'articolo prosegue citando i dati sconcertanti sulla disoccupazione in Italia:


siamo nel pieno di una crisi, l’intensità della quale non si vedeva dai tempi della grande depressione, con un tasso di disoccupazione stimato dall’ISTAT al 16,4% che in realtà è molto più alto se si tiene conto della cassa integrazione e di coloro che si sono arresi da tempo dal cercare lavoro.
Sto cercando di comprendere in quale relazione stiano la rottura degli equilibri sociali e ambientali con la riduzione del tasso di disoccupazione e il rilancio dell'economia isolana.

Segue la solita tirata contro la classe politica e l'opinione pubblica, chiaramente contraria ad un'iniziativa di cui non riesce a scorgere i vantaggi:


Gli ambientalisti denunciano quello che “sarà certamente uno scempio ambientale”. Tralasciamo il fatto che finchè comandava solo l’Aga Khan  tutto ciò che veniva costruito era bellissimo.
I sinistrorsi sono contrari perchè “si tratta di speculazione”. Forse qualcuno dovrebbe spiegare a questa gente che tutte le attività imprenditoriali e quindi di creazione di posti di lavoro, sono frutto di “speculazione”, ovvero del tentativo di guadagnarci. Nulla è mai garantito nelle nuove iniziative.
I destrorsi sono contrari perchè vogliono qualcosa in cambio per essere a favore.
Se i Sardi sono contrari avranno le loro buone ragioni, di cui non devono rendere conto a nessuno se non al proprio futuro.
Forse hanno iniziato a diffidare della marea di denaro che arriva in Sardegna e che riparte centuplicato senza che loro ne abbiano avuto alcun beneficio

Quanto alla classe politica, comprensiva di destrorsi, sinistrorsi e sardisti, sono piuttosto pessimista e temo che vorrà ricredersi, viste le ragioni sonanti che l'Emiro è in grado di mettere sul tavolo delle trattative.

Di fronte alle mie perplessità, non sui principi ma sul merito della questione, Billy Paul chiude la faccenda in maniera perentoria, accusandomi nientemeno che di essere tra i corresponsabili di una crisi paragonabile soltanto a quella degli anni '30. Niente di personale naturalmente: in quanto dipendente pubblico sono un parassita che vive alle spalle degli altri. 
[...]ormai l’Italia va verso lo sfacelo e voi dipendenti pubblici che ne siete la causa primaria per primi ne pagherete le conseguenze.
Come dire che i genovesi sono tirchi, i napoletani imbroglioni, gli zingari ladri, i siciliani gelosi e le donne zoccole. 

Forse una crisi come quella attuale meriterebbe più ponderazione, un maggior equilibrio di giudizio. Forse dovremmo guardare i nudi fatti senza paraocchi ideologici. Forse, più di ogni altra cosa, sarebbe necessario pensare che la colpa non è sempre degli altri. Se poi comprendessimo che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi potremmo iniziare a confrontarci.
  






venerdì 28 giugno 2013

Il sottile piacere di lasciarli a terra



Lo sciopero come «diritto individuale ad esercizio collettivo» è un «dogma fondato sulla ragione» (Gino Giugni)


Mi capita di leggere o di sentire con frequenza sempre maggiore scomposti attacchi contro il mondo del lavoro e i diritti dei lavoratori. Possono avere i toni da osteria, dove avvinazzati assenteisti deplorano l'inefficienza delle pubbliche amministrazioni, oppure quelli delle avvizzite aristocratiche - come nella canzone di Pietrangeli - che davanti ad un tè, rotacismo e bocchino  d'ordinanza, rimpiangono i bei tempi, quando ciascuno ciascuno stava al suo posto: il figlio dell'operaio faceva l'operaio e non si sognava neppure di chiedere un'aumento di paga.
Il fronte antilavorista è variegato e comprende pasciuti bottegai sempre disponibili ad impartire lezioni di equità sociale, profeti del libero scambio e severi cattedratici.


Leggete con calma il post di Fabristol dal titolo piuttosto inquietante L'incivile diritto allo sciopero.

Qualche estratto dall'articolo in questione:
[...]a causa di qualche sindacalista francese milioni di persone in Europa e nel mondo passeranno la notte all’ addiaccio e perderanno centinaia di euro di biglietto
[...] a causa di qualche sindacalista. Come se un sindacalista si alzasse di buon mattino e decidesse di non andare a lavorare per capriccio, esortando i colleghi a fare altrettanto.
Non funziona così. Lo sciopero, cioè l'astensione collettiva dal lavoro, è in genere l'extrema ratio, alla quale i sindacati ricorrono dopo aver tentato inutilmente altre vie meno traumatiche. E non è una decisione facile, perché i sindacati più influenti hanno posizioni spesso differenti sull'entità degli strumenti di lotta; si cerca un accordo poi, se il padrone non cede, si tenta  la soluzione estrema.
Nei fatti, l'esercizio de diritto di sciopero è sempre più difficile. In uno stesso stabilimento produttivo possono trovarsi assieme dipendenti che, pur avendo esattamente le stesse mansioni, sono legati all'azienda da contratti differenti. Il lavoratore a tempo indeterminato naturalmente può scioperare, ma questo diritto rimane lettera morta: se lo fa il padrone non gli rinnova il contratto. Dal punto di vista individuale lo sciopero, anche quando vi si aderisce in tutta libertà e senza il rischio di subire trattamenti discriminatori, è decisamente sconveniente poiché comporta una perdita di denaro superiore al valore del tempo non lavorato. 
Venerdì era il turno italiano per il trasporto di terra e aereo. Ogni volta che accade qualcosa di simile mi chiedo come possa una persona civile aderire ad uno sciopero del genere e continuare ad avere la coscienza pulita. Una persona è incivile quando non si rende conto del male che le sue azioni possono fare ai suoi simili. 
I parametri di civiltà ai quali l'uomo cerca di conformare la propria condotta sono assai mutevoli. Un po' come la moralità. L'egoismo per me è esecrando, per Fabristol potrebbe essere il motore del progresso. Lui considera lo sciopero una barbarie, per me è semplicemente un mezzo che i lavoratori usano per ottenere miglioramenti salariali e condizioni contrattuali più umane. Storicamente ha sempre funzionato e in ogni caso non mi viene in mente niente di meglio. Se oggi in quella parte di mondo che consideriamo civile i lavoratori godono di un trattamento migliore delle bestie da soma lo devono essenzialmente a se stessi, alla loro capacità di organizzarsi in funzione del raggiungimento di un obiettivo comune, disponendosi anche a fare degli enormi sacrifici. 
Indubbiamente lo sciopero pone questioni di coscienza. Io, ad esempio, metto sul piano della bilancia l'interesse egoistico a non avere lo stipendio decurtato e la possibilità che la mia azione possa contribuire al miglioramento delle condizioni di lavoro ad esempio dei colleghi precari. Per me si tratta di una perdita secca. Non ricevo, né pretendo, nessuna forma di remunerazione: ho semplicemente fatto il mio dovere civico.
I disagi, le perdite enormi economiche e di tempo di milioni di persone, i mancati ricongiungimenti familiari, tutte queste ragioni dovrebbero essere un freno alla decisione di un sindacalista di annunciare questo tipo di scioperi generali
I disagi, le perdite economiche e di tempo non sono un freno ma un incentivo ad annunciare questo tipo di scioperi generali. Dico di più: sono il motivo stesso che induce i sindacati a proclamare lo sciopero, che ha la sua ragion d'essere proprio nei disagi e nel danno economico che procura. 

Nell'articolo di Fabristol è presente un riferimento al pensiero di Bruno Leoni:
“Non va infatti dimenticato che «scioperare» non vuol dire semplicemente astenersi dal lavoro: vuol dire astenersi dal lavoro «in pendenza di un contratto di lavoro». In altre parole vuol dire mancare ad un proprio obbligo, previsto nel contratto. Le stesse considerazioni valgono, naturalmente, per la serrata. Se chiudere i battenti dell’azienda senza giustificato motivo può significare, da parte dell’imprenditore,violazione del contratto di lavoro, non vedesi perché la serrata debba considerarsi un «diritto», anche se,ovviamente, non la si può condannare come «reato», perché ciò urterebbe, ancora una volta, contro la coscienza di tutti gli uomini liberi.”
L'articolo 40 della Costituzione non ha avuto una normativa di attuazione. La legge 146 del 1990 si limita a regolare l'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. 
Per il resto la fissazione dei limiti al diritto di sciopero è stata consegnata all'elaborazione giurisprudenziale. 

Il pensiero liberale pone il contratto al centro del rapporto di lavoro e la legge a margine. Il punto è che i due contraenti, datore e prestatore di lavoro, non sono egualmente liberi. Di conseguenza il legislatore interviene per temperare questa disparità. Un'ovvietà anteposta a qualsiasi trattazione sistematica di diritto del lavoro, che giustifica la sua specificità, anche scientifica, rispetto al diritto comune. 









giovedì 20 giugno 2013

Per la scuola pubblica/3

Da tempo combatto contro Libertarianation.
Loro ci attaccano, in barba al principio di non aggressione, noi dobbiamo difenderci. Io cerco  non di convincere loro ma di smascherare l'inganno che si cela dietro il mito della libertà.
Provate a leggere il post dal titolo Il fallimento della scuola pubblica: un distillato di luoghi comuni alimentato dall'odio viscerale che nutrono contro gli insegnanti.

martedì 18 giugno 2013

Per la scuola pubblica/2

Nel post precedente ho cercato di comprendere una delle ragioni che spingono alcuni commentatori a pronunciare giudizi tanto drastici sulla scuola pubblica: il peccato imperdonabile è stato proprio la sua dimensione di massa, la possibilità di accedervi riconosciuta anche a chi non avrebbe potuto pagare le proibitive rette degli istituti privati e i costi accessori quali l'acquisto dei libri, il trasporto e il soggiorno nelle città universitarie. Per giunta - si sostiene - la scuola per i poveri viene pagata dai soldi dei ricchi attraverso la fiscalità generale. Soldi spesi male perché la scuola pubblica non funziona e sforna ignoranti. Su questi consunti stereotipi esiste una sitografia pressoché sterminata.

Fra i fautori del privato molti sono i sostenitori del sistema buono - scuola. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di finanziamento, che va ad urtare in maniera netta contro l'interdetto posto dall'articolo 33 della Costituzione il quale consente ai privati di istituire enti con finalità educative, a patto che questo avvenga senza l'esborso di denaro pubblico. Al di là del dato giuridico, che sarebbe da solo sufficiente a chiudere la discussione, dobbiamo pure considerare l'assurda pretesa che lo Stato finanzi se stesso e i propri concorrenti. A questo punto, seguendo la medesima logica, dovremmo prevedere un buono sanità, un buono previdenza e magari anche un buono sicurezza, col quale retribuire le società di vigilanza che custodiranno la nostra incolumità o un buono giustizia da utilizzare nel caso avessimo bisogno di adire un collegio arbitrale.

L'argomento che fa leva sul rapporto costi/benefici non è tuttavia esaustivo. Serpeggia infatti il timore, presso gli ambienti clericali ma non solo, che la scuola possa essere veicolo di valori in contrasto con quelli trasmessi dalla famiglia. Berlusconi si è fatto più volte portavoce di queste paure, arrivando a sostenere che la scuola privata consente di sottrarre i ragazzi all'influenza dei professori di sinistra. Più sfumata la posizione di Bagnasco, che parla di un sistema di istruzione pubblico in cui, oltre allo Stato, operino anche altri enti con pari dignità e riconoscimento. Sarà appena il caso di ricordare che la scuola privata in Italia, è in gran parte confessionale.
Ora, se è vero, almeno fino ad un certo punto, che i genitori hanno il diritto di educare i figli secondo il proprio orientamento culturale, è quantomeno  dubbio che tale diritto debba essere pagato con il denaro pubblico.

mercoledì 12 giugno 2013

Per la scuola pubblica/1


Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato (Art. 33 Cost., 3°comma)

Naturalmente non poteva mancare un post sul recente referendum bolognese relativo al finanziamento pubblico della scuole dell'infanzia paritarie.
La portata del referendum naturalmente va al di là del ristretto ambito locale in cui è maturata e degli effetti pratici che può produrre per assumere una più marcata natura politica.
L'articolo 33 della Costituzione, al terzo comma, è incontrovertibilmente chiaro:  quel senza oneri per lo Stato non si presta ad interpretazioni multiple. I genitori benestanti e benpensanti sono liberi di affidare le figlie alle suore Orsoline, al riparo dalla seduzione (intellettuale s'intende...) dei professori marxisti di filosofia e i figli indolenti ai diplomifici che nascono e prosperano con rapidità preoccupante. Basta pagare e arriva il diploma e magari anche la laurea. 
Se il discorso si chiudesse qui nessuno avrebbe da obiettare alcunché. Pagano per ottenere ciò che potrebbero avere gratuitamente. In fondo ognuno butta i soldi come meglio crede.
Proviamo a domandarci cosa ci sia dietro la crociata contro la scuola pubblica.  Dobbiamo tener presente che la essa è stata un formidabile veicolo di promozione sociale almeno fino agli anni Ottanta. Ancora oggi, nonostante la crisi occupazionale, aver condotto dei buoni studi può essere una carta spendibile sul mercato del lavoro. Peccato imperdonabile: i cafoni hanno conteso alla borghesia i posti di comando nelle pubbliche amministrazioni, nella giustizia, nelle forze armate e, impudenza senza eguali, persino nei consessi legislativi.
L'articolo 34 della Costituzione prevede che 
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
Certo, non bastano le borse di studio a fare la differenza. Tuttavia il Costituente ha voluto sancire che non si possono fare parti uguali fra diseguali e che, di conseguenza, si deve dare di più a chi ha meno. Si tratta, a ben vedere, del principio di eguaglianza sostanziale, contrapposto al principio di eguaglianza formale, tanto caro alla tradizione liberale.


venerdì 24 maggio 2013

Etica mercantile

Qualche parola a proposito del post di Luca. Cerco di essere conciso più di quanto la complessità della materia richiederebbe.
Luca riporta un passaggio dell'Illustrazione ticinese in cui si sostiene che l'etica mercantile sia una derivazione di quella piratesca:
Si sa che l’etica mercantile non è altro che un perfezionamento dell’etica piratesca: cerca sempre di depredare gli altri, perché tanto gli altri cercheranno di depredare te. È difficile, ma non impossibile, condurre affari assolutamente onesti. Tuttavia è un fatto che l’onestà è incompatibile con l’accumulo di una grossa fortuna: per diventare davvero ricchi bisogna in qualche modo barare
Luca, da mercante, si sente offeso e al giudizio sommario dell'Illustrazione contrappone la propria prospettiva romantica  delle relazioni umane, sfoderando quell'ottimismo particolarmente diffuso fra i liberqualcosa, suoi correligionari nella monolatria del mercato.
Sentiamo il suo comprensibile sfogo:
Quando penso al concetto di mercato, le prime immagini che a me vengono in mente non sono concorrenza spietata, truffa o avidità ma fiducia e cooperazione. Quando una persona scambia soldi con merce vuol dire che valuta più importante la merce che i soldi che ha ceduto, l’esatto opposto invece per chi cede la merce. È un’operazione dove tutte e due le parti vincono, altrimenti non ci sarebbe lo scambio, il mercato. Questo mercato si basa principalmente sui due fattori scritti sopra.
Tutti siamo mercanti di qualcosa, afferma Luca. Poniamo che sia vero, annoverando fra le merci reperibili e vendibili sul mercato quel bene affatto particolare costituito dalla forza lavoro. È un'ipotesi che prendo per buona, pur essendo di avviso nettamente contrario. Ammesso e non concesso dunque che il lavoro sia una merce come tutte le altre, rimane da vedere se il mercante-lavoratore sia davvero libero di disporre della propria merce al pari del mercante non lavoratore che ne acquista le prestazioni. La risposta, scontata, è negativa e smaschera l'inganno su cui si fonda tutto l'impianto concettuale libertario: la libertà proclamata dai libertari si risolve, in definitiva, in arbitrio e arroganza proprietaria, in legittimazione morale dello sfruttamento.

martedì 7 maggio 2013

A chi giovano le prove INVALSI?


«Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere lo spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati». (Luciano Canfora)

Durante il mese di maggio migliaia di insegnanti e di studenti italiani  vivono un'esperienza particolarmente cruenta e psicologicamente devastante: le prove INVALSI. Per chi non lo sapesse INVALSI è l'acronimo di Istituto nazionale per la valutazione del sistema formativo dell'istruzione
Lo scopo dei test INVALSI è quello di valutare le competenze degli allievi e, di rimando, quelle degli insegnanti e quindi la qualità della scuola italiana nel suo complesso.
Non sono pregiudizialmente contro la somministrazione dei test e personalmente li ho vissuti come un sistema per monitorare il mio lavoro senza particolare stress. Quello che ho avuto modo di osservare è che i bambini vivono quest'esperienza con un forte carico emotivo. Il risultati  risultano alterati proprio dalle aspettative che noi insegnanti riponiamo sui test. 
Contro le prove INVALSI si è levata la voce particolarmente autorevole di Luciano Canfora che le vede come il trionfo postumo di Mike Bongiorno. Insomma, la cultura fatta di test, di competizione e di punteggi assegnati con criteri francamente discutibili.
La funzione della scuola, così conclude Canfora la sua intervista e così io interpreto il mio mestiere, è prima di tutto quella di creare spirito critico, di formare quindi cittadini e non sudditi. 
A me pare invece che la tendenza sul lungo periodo sia esattamente opposta. Negli ultimi anni si parla in maniera maniacale di obbiettivi a scapito dei percorsi, di nozioni e contenuti che ignorano le componenti affettive dell'apprendimento. I test INVALSI puniscono la creatività, generano conformismo e mortificano le intelligenze divergenti. 
Aspettando, come si augura lo stesso Canfora e con lui buona parte dei docenti italiani, che i test INVALSI vengano restituiti a chi li ha inventati, proviamo a sognare una scuola senza registri, né voti, né schede di valutazione.

mercoledì 1 maggio 2013

Buon primo maggio

Se non avessi un lavoro a tempo indeterminato coperto da quelle odiose garanzie sindacali che tanto spiacciono ai padroni, se il mio lavoro non fosse regolato da altrettanto spiacenti rigidità contrattuali, se io facessi il mio mestiere non grazie ad un concorso pubblico ma in virtù del capriccio e delle ubbie di un responsabile delle risorse umane, se, in altri termini, il mio datore di lavoro avesse la possibilità di decidere in maniera unilaterale, se fosse lui a tenere il banco, io sarei probabilmente un po' meno libero.
Siamo sicuri che la disoccupazione sia davvero la grande emergenza nazionale? Non è forse una risorsa? Disoccupazione giovanile, cifre attorno al 40% in Italia, significa poter disporre di una quantità di mano d'opera anche altamente qualificata, a costi esigui, disponibile alle più improbabili tipologie contrattuali. Se non si ha di che vivere perché si è nati dalla parte sbagliata si può accettare di tutto. Sono in una situazione di bisogno, mi chiedono di sgobbare per dieci ore al giorno in cambio di 400 euro. Accetto di malincuore, faccio finta di essere contento e ringrazio il carnefice che mi ha dato lavoro.
Buon primo maggio a chi lavora, a chi non lavora perché non ha accettato di svendersi e a chi ha deciso di spendere la propria vita per la causa degli ultimi e degli oppressi.

giovedì 25 aprile 2013

C'era una volta poi non c'è più

C'era una volta il Partito Comunista Italiano. C'erano una volta le sezioni, le federazioni, i congressi locali e poi il Congresso Nazionale.  La linea stabilita vincolava tutti i militanti. Chi non era d'accordo poteva accomodarsi o veniva accompagnato alla porta. La scelta dei partiti in cui trovare asilo era ampia e variegata. Il PCI, grazie ad una ferrea disciplina interna, è stato per un quarantennio il più grande partito comunista dell'Europa occidentale. Un partito in grado di influire sulle vicende politiche nazionali, stando sempre all'opposizione. La questione morale, attuale oggi più di allora, era stata evocata da Berlinguer nel 1977. In tempi non sospetti denunciò le corrutele e la sistematica occupazione dei posti di potere da parte delle oligarchie partitiche.

Il PCI sopravvisse di pochi anni alla morte di Berlinguer. Nel 1989, esattamente tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Occhetto annunciò la storica svolta: l'apertura di un nuovo corso nella storia del Partito Comunista. Nel 1991 il PCI si sciolse e nacquero il Partito Democratico della Sinistra e Rifondazione Comunista, da cui nel corso degli anni sono uscite varie formazioni di ispirazione marxista.Nel 1997 il PDS diventa DS. Nel nome si mantiene un aggancio alla sinistra e si elimina il riferimento alla forma partito, che evidentemente era già imbarazzante.

Nel 2007 nasce il Partito Democratico. Dall'esame del suo albero genealogico si possono forse comprendere molte delle contraddizioni che agitano oggi il più importante partito della sinistra italiana. Il PD sin dai suoi primi vagiti si presenta come tutto e il suo contrario, come un partito inclusivo, interclassista e aperto alle più svariate tendenze culturali: riformista, europeista, progressista, laico ma anche cattolico, con i lavoratori ma anche con gli imprenditori, dalla parte dei giovani senza dimenticare i vecchi. Chiunque, questo il progetto veltroniano ben sintetizzato  dal maanchismo, avrebbe avuto delle buone ragioni per votare il PD. Si sarebbe dovuto realizzare il sogno di Uòlter l'Americano: due candidati premier, usciti vincitori dalla primarie dei rispettivi partiti, sempre più leggeri e simili a comitati elettorali, si contendono il governo del paese. Uno vince e governa, l'altro perde, telefona al vincitore e incrocia le dita sperando che il suo competitor infili un errore dietro l'altro e perda popolarità.

L'ultimo ventennio della vita politica italiana è stato dominato dalla presenza di un uomo d'affari prestato alla politica, cosa che dovrebbe di per se essere un limite. L'atteggiamento del PDS - DS - PD è stato piuttosto altalenante: a momenti di doverosa intransigenza etica se ne sono alternati altri di cedimento, non solo circa la legittimità di un erotomane scampaforche ad entrare nell'agone politico, che io personalmente non do affatto per scontata, ma sulla possibilità che con un uomo affetto da un esasperato nanismo morale, si potesse costruire un cammino comune, e persino cambiare la costituzione. 

Siamo all'epilogo. Giorni fa Napolitano ha centrato uno storico bis, grazie all'accordo tra PD e PDL. Sto ancora cercando di capire per quale motivo sia stato impallinato un uomo del calibro di Stefano Rodotà. Come se non bastasse lo stesso Napolitano ha conferito l'incarico di formare il governo ad un uomo del PD di ascendenza democristiana. Non un compromesso dunque ma una resa senza condizioni della sinistra e delle ragioni di cui dovrebbe essere portavoce. 

    



sabato 20 aprile 2013

Per chi suona la campana

Comprendo i dubbi di Fabristol  sull'inquadramento storico complessivo della figura di  Margaret Thatcher
Se si assume una prospettiva libertaria, infatti, l'operato della Lady di Ferro non può che essere oggetto di interpretazioni polivalenti. All'inizio della sua carriera si espresse a favore della depenalizzazione dell'omosessualità maschile e dell'aborto e votò contro l'abrogazione della pena di morte. Se si prescinde da questi tentennamenti giovanili, l'immagine della Thatcher rimane consegnata alla sua politica economica, che la colloca nel pantheon del conservatorismo mondiale. Non a caso il termine liberismo è istintivamente associato a thatcherismo.
Io invece non ho dubbi. Margaret Thatcher è stata il più fiero nemico della classe lavoratrice e un campione dell'imperialismo britannico. 
Non è bello gioire per la morte di qualcuno. Si comprenderanno però le ragioni per le quali non vestiremo a lutto.

  

sabato 6 aprile 2013

Ce l'ho ce l'ho mi manca

   

La piccola storia che stiamo per raccontare si è svolta circa venticinque anni fa in un paesino alle porte di Sassari. I protagonisti sono i ragazzi di una scuola media. La maggior parte di loro coltivava una sana passione per il pallone; a qualcuno, invece,  tale passione era stata indotta. Era importante non sentirsi diversi e bisognava scegliersi una squadra per la quale parteggiare. Ricordo uno di loro, ma è un ricordo vago come una foto sbiadita e non sono neppure disposto a giurare di averlo incontrato realmente da qualche parte. Decise che avrebbe tifato per la Roma. La Juve era troppo popolare, sarebbe stata una scelta banale. L'Inter era la squadra degli sfigati ed era prudente  starne a debita distanza per non compromettere la propria reputazione. Il Napoli e la Samp potevano andare ma non godevano di nessuna seria tradizione. C'erano poi squadre blasonate ma cadute in disgrazia, come il Genoa, il Torino e il BolognaIl Milan, da poco nelle mani di un certo Berlusconi che di li a qualche anno avrebbe fatto parlare di se per altre ragioni, fu escluso a priori. Molti ragazzi indossarono in fretta e furia la maglia rossonera abbandonando la propria squadra.  La farsa si sarebbe poi ripetuta sotto forma di tragedia.
Era obbligatorio frequentare il campetto del paese. Vivamente consigliata la raccolta delle figurine Panini: un esempio di libero mercato. I ragazzi imparavano il valore delle libere e volontarie interazioni tra individui. Ciascuno di loro cedeva ciò che aveva in esubero e otteneva i pezzi che mancavano per completare la propria collezione. Ovvio che il mercato era falsato in partenza perché chi aveva più denaro per acquistare le figurine disponeva di una maggior quantità di doppioni che costituivano la moneta corrente con la quale effettuare gli scambi. Il cambio non era quasi mai 1 a 1. Ad esempio, il piccolo romanista cui abbiamo fatto riferimento si privava molto volentieri di due fuoriclasse come Van Basten e Maldini jr in cambio di un modesto Tempestilli, la cui immagine non era così gettonata ed era quindi facilmente reperibile. Le figurine potevano poi essere cedute in cambio di protezione ai ragazzi più corpulenti o offerte come lasciapassare per evitare le loro angherie. Per contro, i ragazzi minuti e gobbosetti, come da stereotipo votati allo studio e alla vita contemplativa, passavano all'incasso in concomitanza delle verifiche scolastiche più impegnative.
Combinando questi sistemi al limite della moralità, il neoconvertito alla causa giallorossa riuscì completare l'album, suscitando lo stupore e l'invidia dei compagni. 
Molti anni dopo ha imparato a dubitare delle virtù del mercato libero e quasi si pente di quella scorrettezza della quale per un po' è andato segretamente fiero. 
Pare che ora faccia l'insegnante, tifi per la  Nazionale dei Sardi e di nascosto continui a collezionare le figurine Panini.

sabato 30 marzo 2013

Boicottiamo Auchan

Apprendo che la galleria Auchan di Sassari sarà aperto il giorno di Pasquetta. Completamente desacralizzato il Natale, è il turno delle festività pasquali. Naturalmente, tutti o quasi i dipendenti saranno disposti a lavorare anche il giorno del lunedì dell'Angelo, e molti di loro si dichiareranno persino contenti di farlo, in fondo tra gli obblighi di un commesso vi è quello di essere sorridente e di buonumore. I contratti dei dipendenti della grande distribuzione sono naturalmente iperprecari e il padrone, giusto per chiamare le cose col loro nome, può fare quello che vuole. Non ha neppure bisogno di licenziare. Basta non riassumere chi manifesti il pur tenue dissenso.
Una volta mi è capitato di incontrare una commessa che spiegava ai clienti come funzionava la cassa automatica, quell'orrendo marchingegno che parla con voce metallica e che porterà necessariamente a degli esuberi. Perché pagare una persona quando una macchina può fare molto meglio? Poi la macchina non si lamenta, non si iscrive ai sindacati, non si stanca, non litiga col cliente che ha proverbialmente sempre ragione anche quando ha torto marcio. La macchina non si allontana neppure per andare al cesso e non ha bisogno di ferie né di malattia. Avrei naturalmente dovuto dirle che si stava dando la zappa sui piedi, perché la cassa automatica l'avrebbe licenziata  nel giro di poche settimane.
Invece ho tranquillamente fatto la fila e pagato il mio conto alla cassa tradizionale. Sono più di due anni che ho smesso di frequentare i centri commerciali. Non andarci neppure il giorno di Pasquetta non farà la differenza, né per me né per loro. Però mi piacerebbe sapere che in molti hanno fatto come me. La direzione potrebbe scoprire che aprire il giorno di festa potrebbe essere controproducente.





domenica 17 febbraio 2013

Il voto utile è quello per Rivoluzione Civile






La legge elettorale per la Camera e il Senato è stata pensata in maniera tale che i cittadini siano portarti a preferire le grandi coalizioni a discapito di quelle più piccole. È previsto uno sbarramento del 4 % su base nazionale alla Camera e dell'8% su base regionale al Senato. Le coalizioni che non raggiungono questa soglia rimangono fuori. Consegue che chi aspira ad entrare in Parlamento deve saltare sul carro del vincitore o del secondo arrivato. Oppure i piccoli partiti ideologicamente affini si coalizzano tra di loro e tentano di superare lo sbarramento, che in genere risulta difficile, proprio perché la legge elettorale è stata articolata in maniera tale da punire severamente i non allineati escludendoli dai consessi rappresentativi.
Le due coalizioni più grandi invitano gli elettori a non disperdere il proprio voto: "Se non volete che vinca Bersani ( o Berlusconi) dovete votare per Berlusconi ( o per Bersani)".
Il voto utile ha ragion d'essere solo in un contesto politico in cui i due schieramenti principali condividono un orientamento ideologico di base: i due principali contendenti accettano le regole di base del sistema e si rivolgono alla stessa base elettorale, un po' come avviene in America.
Il voto è sempre utile a qualcuno e pericoloso per qualcun altro. Ad esempio io penso che il voto "utile" sia utilissimo ai ceti sociali che trovano nei due schieramenti principali i loro portavoce e sia pericolosissimo per i lavoratori, precari e non, perché questa  contrapposizione è funzionale a consolidare le posizioni della classe dominante. Il voto "inutile" dato a Rivoluzione Civile, invece, è nocivo ai bancarottieri, agli industriali, al clero, alla finanza, alle Forze Armate( anzi no, forze armate, niente maiuscola onorifica ), ai corrotti e ai collusi con la mafia. 
Dal momento che si sentono minacciati, è comprensibile che cerchino di tenerci fuori dal Parlamento. Sanno che per loro è indifferente che vinca Bersani o Berlusconi. Avranno comunque un occhio di riguardo per loro, giusto per usare un eufemismo.
Noi traiamo forza dal loro ostracismo, perché non è a loro che dobbiamo render conto.



martedì 12 febbraio 2013

Rivoluzione Civile contro il precariato

Precario, dal latino precarius, derivato a sua volta da prex, preghiera. Il dizionario etimologico precisa che precario è quel che è stato ottenuto per preghiera, che si esercita per permissione, per tolleranza altrui; quindi che non dura per sempre, ma quanto vuole il concedente. Per estensione: che ha poca durata, non stabile, temporaneo.
A partire dall'Alto Medioevo il termine precària designa quella terra avuta in concessione temporanea in virtù di una preghiera inoltrata al proprietario del fondo.
Il precariato, quindi, rimanda ad un universo concettuale in cui i rapporti tra gli esseri umani sono demandati all'arbitrio e alla benevolenza di una parte, al capriccio dei potenti, evidentemente in grado di decidere la sorte degli sventurati. Avere o non avere della terra da cui trarre sostentamento, in un mondo dominato dalla scarsità alimentare, segna la differenza tra la vita e la morte. 
Uno dei capovolgimenti lessicali più gettonati in questo periodo porta a considerare la flessibilità come inequivocabile indice di modernizzazione. Le aziende, si sostiene, senza i vincoli e le rigidità contrattuali conosciuti fino alle riforme degli anni Novanta, avranno meno remore ad assumere nuovi dipendenti. Bisogna far violenza alla logica e al buon senso per sostenere che si crea occupazione dando alle imprese la facoltà di licenziare a loro piacimento.
La realtà del precariato, se appena si ha il coraggio di uscire dai salotti liberisti, è cosa ben diversa da quello che i soloni in stile Ichino ci vogliono far credere: se perdi il lavoro, pazienza,  ti rimetti in gioco, come se fosse facile, a cinquant'anni, trenta dei quali passati per esempio a condurre autobus, imparare un nuovo mestiere, pizzaiolo, bioagricoltore, tecnico del suono, organizzatore di eventi mondani, pilota d'aereo. Facile a dirsi, tanto poi son gli altri che si trovano esodati, stanchi e depressi fino al suicidio. 
Essere un lavoratore precario significa dover accettare condizioni sempre più inique, dimenticarsi qualsiasi forma di rivendicazione, lavorare sempre di più fino a che non decidono di cacciarti perché sei diventato inutile e guadagnare sempre meno. Significa che non puoi aderire ad un sindacato, partecipare ad uno sciopero. La politica poi te la devi dimenticare e non puoi contare neppure sulla solidarietà dei tuoi colleghi, in concorrenza con te perché anche loro tengono famiglia e non possono sgarrare.
Rivoluzione Civile, aderendo alle richieste che provengono dal mondo del lavoro, vuole il ripristino integrale dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il ritorno al contratto collettivo nazionale e una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro. 
Sembra poco. Eppure consentirebbe ai lavoratori di far sentire la loro voce, di non essere trattati come oggetti di cui ci si può disfare quando non servono più.
È una questione di civiltà.
 

Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...