domenica 30 dicembre 2012

Narrazioni...


Sono a corto di idee, per cui oggi, anziché molestare con le mie considerazioni  sparse i canonici venticinque lettori, li invito alla condivisione, in un senso auspicabilmente più profondo di quello facebookiano, di una citazione tratta dal bellissimo libro di Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi. La copia che ho sotto mano( Edizioni Gruppo Abele) amorevolmente e minuziosamente glossata come si conviene ai pochi libri che sentiamo veramente nostri, mi è stata venduta un paio di anni fa in un banchetto organizzato da un collettivo antagonista presso la Facoltà di Lettere a Sassari. 


Quindi gli oppressori mettono in moto una serie di risorse per mostrare alle masse conquistate o oppresse un falso mondo. Un mondo di inganni che, alienandole sempre di più, le mantenga passive. Nell'azione di conquista, quindi, non è possibile presentare il mondo come problema, ma piuttosto come un dato, qualcosa di statico a cui gli uomini devono adattarsi.Gli oppressori cercano quindi di ottenere esclusivamente l'aspettativa delle masse, e la cercano con tutti i mezzi, attraverso la conquista. Masse  conquistate, spettatrici, gregarie, e perciò masse alienate.È  necessario tuttavia arrivare fino ad esse, per mantenerle alienate attraverso la conquista. Questo arrivare fino a esse, nell'azione di conquista, non può trasformarsi in un restare con esse. Questo avvicinamento, che non può essere fatto per mezzo delle comunicazione, si fa attraverso i "comunicati", attraverso il deposito di miti indispensabili per mantenere lo status quoIl mito, per esempio, che l'ordine oppressivo è un ordine liberatore. Che tutti siano liberi di lavorare dove vogliono. Se il padrone non è gradito, lo possono lasciare per trovare un altro impiego. Il mito che questo "ordine" rispetta i diritti della persona umana, e che quindi è degno di rispetto. I mito che tutti, purché non siano pigri, possono arrivare a essere dirigenti d'impresa; soprattutto il mito che l'uomo, che vende per le strade gridando << marmellata di banana e goioba!>>, è proprietario, come il padrone di una grande fabbrica. Il mito del diritto di tutti all'educazione, quando è irrisorio il numero dei brasiliani che riescono a frequentare la scuola elementare, e ancor più irrisorio  il numero di coloro che riescono a restarci. Il mito dell'uguaglianza di tutti, quando <<ma lei lo sa con chi sta parlando?>> è una domanda ancora attuale. Il mito dell'eroismo delle classi oppressive, in quanto mantengono l'ordine che incarna "la civiltà occidentale e cristiana" che esse difendono dalla "barbarie materialista". Il mito della loro carità e generosità, mentre come classe sono capaci solo di assistenzialismo, che si sdoppia nel mito dei falsi aiuti, e che ha meritato, sul piano internazionale, il fermo ammonimento dei Giovanni XXIII. Il mito che le élite dominanti <<nel riconoscimento dei loro doveri>> promuovano il popolo, e che questo deve, in un gesto di gratitudine,  accettare la loro parola e adattarcisi. Il mito che la ribellione del popolo è un  peccato contro Dio. Il mito della proprietà privata come fondamento dello sviluppo della persona umana (...purché  le persone umane siano solo gli oppressori). Il mito dell'operosità degli oppressori e della pigrizia e disonestà degli oppressi. Il mito dell'inferiorità "ontologica" di questi e della superiorità di quelli.Tutti questi miti e altri ancora, che il lettore può aggiungere, e che introdotti nelle masse popolari divengono fondamentali per conquistarle, sono portati fino alle masse dalla propaganda bene organizzata, dagli slogan, di cui sono veicolo i cosiddetti "mezzi di comunicazione di massa". Come se il deposito di questi contenuti alienanti fosse realmente comunicazione.
          

lunedì 24 dicembre 2012

Martire mancato

Napolitano è stato spietato. Ha commutato i 14 mesi di reclusione inflitti ad Alessandro Sallusti in una pena pecuniaria di quindicimila euro, sottraendolo allo splendore del martirio. I posteri e le biblioteche saranno privati delle sue memorie carcerarie. Mi sarebbe piaciuto poter leggere i Quaderni dal carcere di San Vittore. 
I fatti sono noti: il giornalista viene condannato per un articolo pubblicato nel 2007 dal quotidiano Libero, di cui era all'epoca direttore, in cui si accusa un magistrato di aver costretto ad abortire una ragazzina di tredici anni. Il giudice non gradisce e sporge querela. La vicenda approda in Cassazione che qualche giorno fa conferma la sentenza. Sallusti, sottoposto ad arresti domiciliari, evade e si reca alla sede del Giornale, dove viene prelevato dalla polizia.  Commenta amareggiato "Non si esegue l'arresto di un giornalista all'interno di un giornale". E dove sta scritto? Quale norma procedurale è stata violata? Ovvio che la polizia va a prelevare il ricercato nei posti dove presumibilmente si trova. Questa volta il compito delle forze dell'ordine è stato facilitato perché l'evaso ha manifestato pubblicamente i suoi intenti e si è premurato di comunicare il luogo in cui avrebbe trascorso la latitanza.
Non mi risulta peraltro che le sedi dei giornali godano di speciale immunità, né per chi ci lavora né per altri.
Sembra che Sallusti abbia fatto di tutto per finire in cella e dimostrare che in Italia non esiste libertà di stampa, che i giornalisti sono perseguitati, che la magistratura italiana è forcaiola, giustizialista e, ovviamente, politicizzata.
Personalmente vedo la faccenda in maniera un po' più disincantata. Sallusti era ed è rimasto un giornalista al servizio di un padrone. Uno dei giornali da lui diretti, Libero, cavalca biecamente e bassamente una triste vicenda di cronaca giudiziaria per mettere in discussione i principi stessi su cui si fonda la 194, strizzando così l'occhio alla destra clericale, e, allo stesso tempo, perpetrare l'ennesimo affondo contro la magistratura, operazione questa sempre gradita nei dintorni di casa Berlusconi.
Ora, se è quantomeno discutibile mandare in carcere il direttore di un giornale per le intemperanze di un suo redattore, è del tutto fuori luogo assimilare Sallusti ad un martire per la libertà, come Gramsci, Mandela e Gandhi.

giovedì 20 dicembre 2012

Dieci consigli per Giannino


Oscar Giannino sarà il candidato premier del movimento da lui fondato. I dieci punti in cui si articola la proposta fermadeclinista meritano qualche approfondimento.  I punti 1, 2, 3, 4 e 5 ( riduzione del debito, della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni, sostegno al reddito che non passi attraverso la tutela del posto fisso) delineano con sufficiente chiarezza la visione politica complessiva di Giannino e dei suoi sostenitori: competitività, concorrenza, meritocrazia, più mercato meno stato, meno tasse e quindi meno servizi pubblici (ma questo ovviamente non può essere detto a voce alta).
Il punto 6 può essere accettato, ma è formulato con una vaghezza eccessiva, tale che nessuno potrebbe affermare il contrario: di una legge organica sui conflitti d'interesse c'è effettivo bisogno; la verificabilità dei redditi dei funzionari pubblici e di chi ricopre cariche elettive è una battaglia giusta; l'allontanamento dei corrotti dalla gestione della cosa pubblica è una questione etica sulla quale si dovrebbe convenire in maniera scontata e trasversale.
Il funzionamento della giustizia di cui al punto 7 non passa attraverso la riforma dell'ordinamento giudiziario. Ben più utile risulterebbe lo sfoltimento dei carichi pendenti, che si può ottenere attraverso un drastico decurtamento delle fattispecie criminose nel settore penale e incentivando le procedure di conciliazione in ambito civile. Cosa significhi gestione professionale dei tribunali non è dato sapere. Sappiamo però che in Italia si accede alla magistratura a seguito di un difficilissimo concorso: tre scritti e una decina di orali che coprono tutto lo scibile giuridico e tengono i candidati impegnati per due anni. E sappiamo anche che i magistrati rispondono alla legge del loro operato e che sulla loro condotta disciplinare vigila il CSM. Il costituente ha predisposto agli  articoli 101 - 110 un sistema di garanzie che sottrae la magistratura all'interferenza impropria di poteri ad essa esterni.  Sono quindi comprensibili i dubbi circa la possibilità che gli avanzamenti di carriera possano essere determinati da non meglio specificati criteri meritocratici. 
Il punto 8 propone il superamento del dualismo occupazionale e l'introduzione di una effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell'economia e della società. Superamento del dualismo occupazionale significa, tradotto dal paludato lessico accademico in parole più semplici, generalizzazione della precarietà, cioè eliminazione delle tutele per i lavoratori che hanno fino a questo momento il lavoro fisso.
Di meritocrazia si parla anche al punto 9: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Evidentemente quello della concorrenza è un chiodo fisso di Giannino.  Bizzarra l'idea di attivare la lunga e complessa procedura prevista dall' articolo 138 per costituzionalizzarne il principio.
Il punto 10  è relativo al federalismo: un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Si vorrebbe imporre agli amministratori tagli ulteriori ai servizi erogati dagli enti locali, come se quelli praticati fino ad  ora non fossero sufficienti.

In un paese normale non ci sarebbe bisogno di Giannino, che si fa coerente interprete di un programma di destra, di una destra appena presentabile, senza ulteriori aggettivi. Dichiara apertamente i suoi intenti. Non dice nulla di nuovo né nulla di nuovo si propone di fare. 

In un paese normale la sinistra ha la funzione di contrapporre alla competitività la solidarietà, di riproporre un modello sociale solidale e di smascherare apertamente le politiche liberiste. Se proprio si deve accettare senza riserve il modo di produzione capitalistico che sia almeno temperato da una politica economica dai forti connotati socialdemocratici: più stato e meno mercato, più tasse sui profitti e sulle rendite, più servizi pubblici, lotta all'evasione fiscale, politiche occupazionali con riduzione delle tipologie contrattuali, scuola e sanità totalmente gratuite.

Anche la sinistra può avere il dono della sintesi programmatica.

Ci consoliamo sapendo di non essere una paese normale. Non c'è tanto spazio per Giannino che dovrà contendersi l'elettorato di destra con un Berlusconi in difficoltà ma che vanta sperimentate capacità di recupero e con un centro sedotto dalla continuità con il governo Monti. 
La concorrenza, almeno in questo caso, è garantita.

sabato 8 dicembre 2012

Dolo eventuale e colpa cosciente


Rievocando la sentenza di primo grado sul rogo allo stabilimento Thyssen di  Torino Annalisa Chirico si chiede, retoricamente, se
Possiamo veramente ritenere che Harald Espenhanh sia l’omicida volontario dei sette operai? Possiamo veramente ritenere che su Pucci (delegato al marketing all’epoca dei fatti) o su Priegnitz (responsabile Amministrazione e finanza) ricada la responsabilità di un omicidio colposo?
E poi aggiunge "permettetemi di dissentire da questa ricostruzione". 
Nel non permetterle di dissentire provo a ricordarle la differenza   che corre tra colpa cosciente e dolo eventuale. Nella colpa cosciente l'agente pone in essere una condotta antigiuridica ma non accetta l'evento possibile, ed è anzi convinto che non si verifichi. Nel dolo eventuale, invece, l'evento, conseguenza di una condotta antigiuridica, viene accettato anche se non costituisce lo scopo della propria condotta (omissiva o commissiva). La vicenda Thyssen rientra chiaramente nel secondo caso: l'omissione di misure di sicurezza in un'acciaieria implica l'accettazione che possano verificarsi degli eventi fatali, cosa che è in effetti accaduta. Conclude la Chirico
Il Caso ThyssenKrupp va ben al di là di Torino e tocca uno dei nervi scoperti della competitività del Paese. Sentenze come questa offrono forse la shakespeariana “libbra di carne” alla folla agognante giustizia, ma non rendono giustizia a nessuno, né alle vittime né ai sopravvissuti. Riescono invece in modo formidabile ad instaurare il clima del terrore nella caccia a quello che un tempo era il padrone capitalista e oggi è diventato l’assassino volontario.
Insomma la sentenza  sarebbe stata dettata dalla necessità di placare la sete di vendetta della folla. Liberissima di crederlo e di considerare il pluriomicida Espenhanh vittima di un clima da caccia alle streghe.
Ora so con certezza chi sarà chiamato a pagare il prezzo della competitività e cosa si intende per rivoluzione liberale, della quale la Chirico si proclama fautrice.


Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...