martedì 21 agosto 2012

Proustianamente...

Come tutti i marxisti sono disorientato, privo di un lessico e di un'iconografia di riferimento. Negli ultimi anni abbiamo visto la lotta di classe assumere forme totalmente inconsuete; ci siamo quasi abituati a vedere operai inerpicarsi sulle ciminiere e occupare isole deserte, medici specializzandi visitare gratis i passanti e insegnanti intraprendere  lo sciopero della fame per protesta contro i taglia alla scuola. Gli scioperi e le grandi manifestazioni di piazza non bucano più lo schermo. Sono fuori moda, non hanno appeal, souvenir del Novecento antiquati e incomprensibili come il sistema concettuale della sinistra radicale, come le spilline dell'Armata Rossa in svendita nei mercatini.  Molto meglio incatenarsi alla fabbrica in dismissione o percorrere la Sardegna a piedi: qualcuno prima o poi si accorgerà di te e se sei fotogenico forse riuscirai a farti intervistare dalla televisione locale.
L'ultimo trentennio si è caratterizzato per una straordinaria controffensiva della borghesia, che ha riguadagnato quasi tutto il terreno perduto nel secondo dopoguerra. La sua vittoria più importante è stata la negazione del conflitto e delle stesse classi sociali. Se solo l'individuo esiste, pensa e agisce, allora non ha senso neppure parlare di rivendicazioni collettive; al più si possono riconoscere istanze settoriali, a patto comunque di non ricondurle allo schema antagonistico capitale contro lavoro.
Alcuni giorni fa a Marikana, in Sudafrica, nel corso di una manifestazione operaia indetta per chiedere un aumento salariale sono stai uccisi 34 minatori. La polizia apre il fuoco per difendersi dai manifestanti armati di bastoni e machete.
I conti tornano: una manifestazione di piazza determinata da condizioni di sfruttamento disumane, i lacrimogeni, gli spari, i morti. Bisogna tornare ai primi anni del secolo passato per ricordare una sequenza di eventi così disastrosa nei suoi esiti. Anche il motivo della protesta è quello più tradizionale, una rivendicazione salariale; i protagonisti dei fatti sono minatori, una categoria sempre più ignota alle cronache, giornalisticamente poco interessante. Il luogo, il Sud del Sud del Mondo, ha una portata simbolica enorme.
I fatti di Marikana, proustianamente, ci riportano all'infanzia del movimento operaio, quando le dinamiche tra classi sociali erano definite dall'insopprimibile conflitto fra capitale e lavoro. E forse è proprio dalla nostra infanzia che bisogna ripartire per trovare un linguaggio condiviso a quella sinistra che si ostina a non accettare questo mondo come il migliore dei mondi possibili.  

martedì 14 agosto 2012

Attenti a quei due

Proprio mentre apprendo che la spending review decurterà i tribunali sardi di ben sette sezioni staccate, mi imbatto nell'editoriale di Alesina e Giavazzi, I compromessi che non servono. Il pulpito è sempre lo stesso, le colonne del Corriere della Sera; il linguaggio è semplice e i toni ultimativi; il contenuto non riserva nessuna sorpresa e si risolve in un'intimazione a perseverare nei tagli alla spesa pubblica, intimazione rivolta non a Monti, che se la cava benissimo anche senza i sermoni del Corrierone, ma ai partiti che sostengono il suo governo, caso mai dovessero avere una crisi di coscienza o magari ricordarsi che il prossimo anno si va ad elezioni politiche.
Ad urtare non è tanto la linea politica di Giavazzi e Alesina, quanto la pretesa oggettività dei loro assunti, il tono saccente e professorale di chi ha capito tutto e vuole dispensare le sue conoscenze al popolo bue che invece non capisce niente. 
Esiste un serio problema di debito pubblico e di economia che non cresce. Ma davvero? Pensavamo di essere in pieno boom economico. La ricetta per far ripartire l'economia è naturalmente una sola, senza spazio per la mediazione politica: taglio della spesa pubblica. Dal momento che i soloni di via Solferino non sono disposti a mettere in discussione le grandi opere, costose e inutili, né le commesse militari, sembra di capire che si debba continuare ad infierire con diabolica perseveranza su scuola, sanità, previdenza, giustizia. Giavazzi e Alesina riconoscono che il governo Monti ha già fatto tanto ma ancora non basta. Siamo ad un bivio. I compromessi gradualisti non bastano più. L'Italia si può ancora salvare dal default solo con privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro, seppellimento dello stato sociale.
Chi invoca sacrifici in nome di un non meglio precisato radioso domani pretende, anzi sa, che non pagherà in prima persona. Posizione di comodo quella di chi vuol presentare il conto agli altri. Se gli altri sono quelli che hanno meno perché hanno già dato, allora un simile atteggiamento è anche censurabile sotto il profilo etico-politico. 
Giavazzi e Alesina fanno appello agli interessi dei nostri figli. Ovviamente è lecito domandarsi quale estensione abbia l'aggettivo possessivo nostri. Dubito fortemente che gli interessi dei loro figli coincidano alla perfezione con gli interessi dei nostri figli. In ogni caso facciamo finta di fidarci. Quando si lagneranno perché dovranno alzarsi un'ora prima degli altri per andare a scuola, perché se si ammalano son cavoli loro, perché hanno le scarpe sempre più consumate, perché ci sono meno soldi a casa, perché babbo è stato esodato, allora proveremo a spiegare che adesso fa un male cane ma è tutto per il loro bene.  

martedì 7 agosto 2012

Hoppe e la democrazia

Forte delle osservazioni di Pierre Bayard, di cui sono venuto a conoscenza in maniera indiretta, provo a fare qualche considerazione sul libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito (Liberilibri, 2008), dopo averne letto la recensione su libertarianation
Allievo di Murray Rothbard, Hans Mermann Hoppe è un esponente di primo piano della galassia libertarian.  
In Democrazia: il dio che ha fallito mette a confronto due sistemi di governo, la monarchia ereditaria e la democrazia, manifestando le proprie preferenze per la prima, pur considerandola in ogni caso imperfetta. Gli argomenti addotti da Hoppe sono principalmente due, la maggior efficienza della monarchia e un più marcato rispetto per la proprietà privata. Tanto la monarchia quanto la democrazia, questa la tesi fondamentale che si sostiene nel libro, sono parassitarie, tuttavia il monarca ha tutto l'interesse a limitare lo sfruttamento dei sudditi: Il proprietario di un governo privato cercherà inevitabilmente di massimizzare la sua ricchezza totale; per esempio il valore attuale della sua proprietà e dei suoi profitti attuali. […] là dove niente è stato prima prodotto, niente può essere espropriato; e dove tutto è espropriato, tutta la futura produzione arriverà alla sua fine. Come risultato di questo il proprietario di un governo privato eviterà di sfruttare i suoi sudditi così pesantemente, per esempio riducendo i suoi potenziali guadagni futuri a tal punto che il suo attuale valore della sua proprietà possa davvero crollare. Invece, per poter preservare o possibilmente aumentare il valore della sua proprietà personale si tratterrà sistematicamente da politiche di sfruttamento. Perché più basso è lo sfruttamento più produttiva sarà la popolazione di sudditi e più produttiva la popolazione più alto sarà il valore del monopolio di espropriazione del padrone. Utilizzerà il suo privilegio monopolistico, ovviamente. Lui sfrutterà. Ma come il proprietario del governo privato è nel suo interesse prelevare parassiticamente sulla crescente produttività della prosperosa economia non governativa perché questo aumenterà senza alcuna fatica la sua ricchezza e prosperità. […]

Il custode provvisorio di un governo, al contrario, cercherà di massimizzare non la ricchezza totale del governo ma il profitto attuale. Infatti anche se il custode vorrebbe in maniera diversa non potrebbe. Invece di mantenere la proprietà del governo, come un proprietario privato farebbe, un custode provvisorio del governo userà velocemente più risorse del governo che può, perché per ciò che non consuma adesso, non riuscirà mai a consumare in futuro. […] Per un custode, al contrario di un proprietario privato, la moderazione ha solo svantaggi e nessun vantaggio.”

La monarchia sarebbe meglio della democrazia in quanto il monarca, proprietario dello stato che sarà trasmesso in eredità, ha tutto l'interesse a conservare i fattori produttivi, contenendo ad esempio il prelievo fiscale. Il semplice amministratore, al contrario, tenderà ad incrementare i profitti attuali senza curarsi troppo del futuro, del tempo cioè in cui sarà cessato dalla carica. Tutto questo sul presupposto, evidentemente da dimostrare, che il sovrano - proprietario faccia sempre scelte tecnicamente corrette sotto il profilo finanziario. 

Se pure la monarchia dovesse essere più efficiente della democrazia, ciò non sarebbe di per se bastante per ritenere che essa sia il meno peggio tra tutti i sistemi di governo. L'efficienza, da sola, non basta. Il nazionalsocialismo fu efficientissimo. Funzionava alla perfezione. Schiere di funzionari competenti e ligi al dovere hanno condotto al forno sei milioni di esseri umani. La schiavitù è il più efficiente tra i modi di produzione, e lo è proprio perché uno solo decide per molti, contro la loro volontà e il loro interesse, badando in maniera esclusiva al proprio utile.

Il recensore conclude affermando che Forse la crisi che stiamo sperimentando è il risultato di un ciclo naturale di questo sistema e poi, in maniera perentoria, quello che Hoppe e la logica ci dicono è che forse il debito pubblico è una caratteristica squisitamente intrinseca della democrazia e che quest’ultima è destinata a fallire o a trasformarsi in qualcos'altro.

Il libro di Hoppe ci induce a riflettere sullo stato di salute delle democrazie moderne.  Considerare la democrazia rappresentativa come la causa della crisi economica che sta attanagliando la parte più sazia dell'umanità è nient'altro che un misero espediente demagogico che serve a dare una parvenza di legittimità etico-politica alle teorie economiche del pensiero unico dominante.



Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...