venerdì 29 giugno 2012

Invito alla lettura/1

I sindacati sono una palla al piede dell'economia; l'Italia affonda per colpa dei pensionati rapaci e dei pubblici dipendenti sfaccendati; i diritti del lavoro sono un fastidioso avanzo del secolo breve: ecco un piccolo saggio delle menzogne quotidiane che, ripetute e strombazzate, rischiano di diventare delle verità. 
Tra i luoghi comuni propagandati in maniera scomposta dai giornali di tutto lo schieramento politico, fa eccezione soltanto il manifesto, uno occupa un posto particolare: l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è uno dei corresponsabili del disastro occupazionale in cui versa l'Italia.
Ho letto con particolare piacere il libro di Luigi Cavallaro, A cosa serve l'articolo 18(manifestolibri, 2012), che smonta in maniera sistematica, dati alla mano, gli equivoci che si sono accumulati su questa norma. In primo luogo la norma si applica soltanto alle aziende con più di quindici dipendenti, una parte esigua del panorama produttivo. Si dice, di conseguenza, che le aziende non assumono perché, in assenza di flessibilità, gli imprenditori si troverebbero le mani legate. In poche parole, non assumono perché non possono licenziare. Eppure i dati dimostrano che la strozzatura  si attesta poco prima dei venti dipendenti, oltre quindi la soglia prevista dalla legge per poter procedere al reintegro in caso di licenziamento discriminatorio. Solo una parte esigua delle controversie di lavoro riguarda l'articolo 18, e circa il 60% di queste si conclude con esito favorevole al lavoratore.
Per quanto il libro sia stato dato alle stampe prima che la riforma Fornero desse il colpo di grazia ai diritti del lavoro, vale la pena leggerlo con attenzione, poiché gli argomenti prodotti dall'autore mantengono tutta la loro validità. Cavallaro, vale la pena ricordarlo, è un magistrato, quindi conosce la materia da tecnico.
Le riforme che hanno interessato il diritto del lavoro a partire dalla metà degli anni '60, questa la tesi di fondo, sono state nient'altro che il tentativo di adeguare il tessuto normativo al dettato costituzionale. In questa prospettiva la legge 300 del 1970 rappresenta senza dubbio un punto di arrivo, la proclamazione del lavoro come diritto sociale di cittadinanza.






martedì 26 giugno 2012

Meritocrazia e delazione

Non amo i meritocrati: trovo le loro argomentazioni piuttosto noiose e credo che questo senso di fastidio sia reciproco; coltivo un atavico e prudente culto dell'omertà.
Per cui si può comprendere il senso di fastidio che ho provato quando ho letto il post di Michele Boldrin su noisefromamerika: la congiunta esaltazione della meritocrazia e della delazione è una mistura che difficilmente riesco ad assimilare. L'autore riferisce che, anni orsono, suo figlio fu severamente redarguito dalla maestra per aver fatto la spia.
Tralasciamo i dubbi che ho già espresso in altra occasione e facciamo finta che la meritocrazia, quel sistema cioè che premia i più bravi assegnando loro la fetta più grande della torta, sia intrinsecamente idonea a massimizzare l'efficienza. Concediamo quindi che gli argomenti prodotti dai meritocrati siano convincenti. Ciò premesso, è lecito domandarsi se il ricorso alla delazione sia uno strumento in grado di far emergere i meritevoli. Sono convinto che le cose vadano esattamente nella direzione opposta. Fare la spia consente di saltare le tappe, evitando la noia di una competizione estenuante; è un mezzuccio da furbi e la furbizia è un passabile surrogato dell'intelligenza. Permette di attaccare il proprio avversario in maniera subdola, senza doverlo affrontare frontalmente. Se posso mettere fuori gioco il mio rivale, che so essere molto più bravo di me, ancor prima che inizi la gara, perché dovrei rinunciarvi?
È appena il caso di ricordare che i sistemi totalitari si fondano anche sul ricorso sistematico alla pratica della delazione, incentivata con la minaccia della dannazione eterna, o, più prosaicamente, con la promessa di un tozzo di pane secco.

lunedì 25 giugno 2012

Senza se e senza ma

Dopo l'ennesima morte di un militare in Afganistan la parte migliore di questo paese ha il preciso obbligo morale e politico di chiedere al Parlamento  il ritiro immediato del contingente italiano.
Che non si tratti di missione di pace volta ad esportare la democrazia è una verità tanto ovvia quanto taciuta.
Eppure ritengo che Emanuele Braj non sia morto invano. Anzi, il suo sacrificio è utilissimo. Giova indubbiamente ad una classe politica priva di legittimazione e alle prese con uno sconcertante calo di popolarità. Un nemico esterno, che per di più assume agli occhi dell'opinione pubblica il volto truce del terrorista, ricompatta la nazione attorno alla sua classe dirigente.
E serve, niente di nuovo neppure in questo, alla sempre fiorente industria bellica, che continuerà a fare profitti finché ci saranno nemici da annientare e tiranni da abbattere. 

venerdì 15 giugno 2012

La scuola di Calamandrei

Quando sono in crisi vocazionale, accade fisiologicamente spesso nel mio mestiere, vado a rileggere il Discorso in difesa della scuola pubblica, tenuto da Piero Calamandrei nel febbraio 1950, in occasione del III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale:


 Cari colleghi, Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po' vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c'è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].
La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].
La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l'art. 34, in cui è detto: "La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Questo è l'articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com'è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l'accento su quel comma dell'art. 33 della Costituzione che dice così: "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Dunque, per questo comma [...] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].
Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell'art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].
Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell'articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c'erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l'espressione, "più ottime" le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: (1) ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest'ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l'operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c'è un'altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la "frode alla legge", che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l'idea dell'assegno familiare, dell'assegno familiare scolastico.
Il ministro dell'Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a "stimolare" al massimo le spese non statali per l'insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].
Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].
Poi, nella riforma, c'è la questione della parità. L'art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: "La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali" [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].
Però questa riforma mi dà l'impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c'era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c'è il cacciatore con il fucile spianato. la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell'avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c'è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l'onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l'idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c'erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l'italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c'è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d'Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell'avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.


Profetico allora e di sconcertante attualità oggi. 
Nella prospettiva di Calamandrei la scuola doveva essere assimilata ad un organo costituzionale. La scuola, dunque, sarebbe dovuta essere lo strumento privilegiato attraverso cui realizzare i principi sanciti nella costituzione repubblicana, un serbatoio di pensiero critico, un baluardo eretto a difesa della libertà così a caro prezzo conquistata. 
Non è un caso, evidentemente, che sui giornali un giorno si e l'altro pure si leggano interventi che auspicano generiche riforme che, in pratica, si traducono poi in tagli indiscriminati alla scuola pubblica. Anche questo fa parte di un disegno politico ben preciso. Si getta discredito sulla scuola per colpirla ulteriormente. Si dice di voler premiare il merito e si costringono gli insegnanti a lavorare in condizioni disastrose per poter loro addebitare la responsabilità dei risultati disastrosi dei loro alunni.
Tanti anni fa, facevo la terza media, di fronte alla mia contrarietà circa l'ipotesi di innalzamento dell'obbligo scolastico, la professoressa mi ammonì in questo modo: "I potenti, caro Barmina, hanno tutto l'interesse a che tu non vada a scuola perché hanno compreso che il tuo sapere può mettere in pericolo i loro privilegi".



giovedì 14 giugno 2012

Latouche legge Weber

"Le analisi di Max Weber, spesso distorte fino alla caricatura, dimostrano perfettamente che lo sviluppo del capitalismo non è il risultato del protestantesimo. Lutero in particolare si oppone decisamente al mondo mercantile, al denaro e all'interesse. Anche nella sua versione calvinista e puritana, il protestantesimo aspira alla costruzione di una Gerusalemme terrestre, non di un consorzio industriale o di una Borsa valori.... È la torsione dovuta ad una secolarizzazione dell'etica puritana che genera lo spirito del capitalismo. L'abbandono del progetto religioso produce una laicizzazione e una trasformazione in senso profano dei valori della rinuncia al godimento e dell'ansia della salvezza a vantaggio del risparmio da investire e del lavoro produttivo" (Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, 2010)
 

martedì 12 giugno 2012

Contro la flessibilità

La flessibilità totale, poter disporre a proprio piacimento della forza lavoro senza dover rispondere se non al proprio tornaconto, non è il sogno di ogni padrone, né l'inequivocabile indizio della modernità globalizzata. I vecchi ricordano che fino agli anni cinquanta del secolo passato nella piazza principale del paese, tutte le mattine, si radunava la piccola folla dei disoccupati: aspettavano i proprietari terrieri del luogo, sos printzipales, meres, possidentes, così vengono chiamati dalle mie parti, e qualcuno di loro, non tutti certo, avrebbe avuto la sua giornata lavorativa. 
La legge della domanda e dell'offerta funzionava alla perfezione, senza le indebite intromissioni del potere pubblico né le pressioni dei sindacati. Tra più operatori in libera concorrenza tra di loro riusciva a spuntarla chi offriva la merce migliore o praticava prezzi più competitivi. 
Se hai necessità di mettere assieme pranzo e cena e disponi soltanto di un paio di braccia, devi accontentarti e possibilmente essere riconoscente con chi ti da il lavoro. Non devi avere grilli per la testa. La politica te la devi scordare. 
Fornero non innova niente. La sua flessibilità è nient'altro che il ritorno ad un passato in cui i ruoli e le gerarchie sociali erano definiti con precisione: il padrone era il padrone e faceva quel che gli conveniva, trattando i braccianti come una delle tante variabili del processo produttivo, di cui si può fare ciò che si vuole, come un somaro o un sacco di patate.

domenica 10 giugno 2012

Della meritocrazia e dei meritomani

Il concetto di meritocrazia indica un tipo di società in cui gli incarichi di responsabilità sono attribuiti esclusivamente in base a criteri di merito. Di conseguenza, il meritocrate è colui che di quel sistema di organizzazione dei rapporti sociali si fa fautore e promotore.
Chi vuole una società meritocratica si ritiene esso stesso meritevole? Sa di non essere migliore degli altri ma è sinceramente convinto che se i più bravi vengono adeguatamente incentivati tutti, lui compreso, ci guadagnano qualcosa?
A seconda dei casi il meritocrate si scaglia a testa bassa contro la gerontocrazia, le baronie universitarie, gli ordini professionali, i partiti politici e i sindacati, bersaglio privilegiato del suo livore antiegualitario travestito da vocazione riformatrice.
Il meritomane, ad esempio, vuole l'abolizione degli ordini professionali in modo che i giovani abbiano delle possibilità in più di inserirsi nel mondo del lavoro. Non sostenendo un esame di abilitazione in cui si dovrà essere valutati da membri della corporazione, i neolaureati potranno più facilmente accedere alla professione. Sarà poi il mercato a decidere chi può continuare a lavorare e chi dovrà chiudere bottega.
Accade spesso che gli aspiranti ingegneri, avvocati e commercialisti mantengano fermi i propri convincimenti meritocratici fino al momento in cui supera l'esame che consente l'esercizio della professione.
Un altro esempio: introdurre elementi di meritocrazia tra gli insegnanti determina l'innalzamento complessivo dei risultati scolastici. Se i docenti sono in competizione tra loro saranno motivati a lavorare meglio. Anziché lo stipendio fisso, determinato da un contratto collettivo nazionale, è preferibile essere retribuiti sulla base delle proprie reali competenze.
Il criterio meritocratico sarà la base per gli avanzamenti di carriera anche nelle pubbliche amministrazioni.
La meritocrazia raccoglie facilmente consensi: è facile volersi sentire migliori degli altri, non adeguatamente valorizzati, vittime di non si sa quale congiura livellatrice, deprezzati dai colleghi invidiosi, esclusi dai posti che contano perché sprovvisti di adeguate coperture politiche.
Per contro, chi mette in discussione la bontà del sistema meritocratico sarà apostrofato come invidioso, incitatore dell'ozio, propagatore di idee nefaste.


giovedì 7 giugno 2012

Pedagogia della liberazione

Propongo un passaggio tratto dal libro di Freire, Pedagogia degli oppressi:


Per gli oppressori umanizzare è sovvertire, non capiscono che è un "essere di più". Avere di più, con esclusività, non sembra loro un privilegio disumanizzante e inautentico per loro stessi e per gli altri, ma un diritto intoccabile. Diritto che <<hanno conquistato con il loro sforzo, con il loro coraggio di rischiare>>...Se gli altri, "questi invidiosi"...non possiedono, è perché sono incapaci e pigri, e a ciò si aggiunga l'ingratitudine ingiustificabile verso i "gesti generosi". Così gli oppressi, perché sono "ingrati e invidiosi", sono visti sempre come nemici potenziali, da tenere d'occhio e da vigilare. Non potrebbe non essere così. Se l'umanizzazione degli oppressi è sovversione, la loro libertà anche lo è. Di qui la necessità di un controllo permanente. E quanto più gli oppressi vengono controllati, tanto più sono trasformati in "cose", in qualcosa di simile a essere inanimati.



martedì 5 giugno 2012

Che noia la scuola del merito

Mentre sono intento nella lettura dello stupendo libro di Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, apprendo che domani approderà in Consiglio dei ministri l'ennesima, temo inutile, riforma della scuola e dell'università, recante Misure per la valorizzazione dei capaci, dei meritevoli e della responsabilità educativa e sociale nei settori dell’istruzione, dell’università e dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica.
La meritocrazia, parola vuota che non vuol dire niente e che quindi può essere usata da tutti con disinvoltura, ha fatto braccia nella scuola. Si arriverà persino a premiare lo studente dell'anno. Secondo la solita litania ripetuta fino alla nausea, gli incentivi agli studenti più bravi dovrebbero favorire un innalzamento complessivo della qualità dell'istruzione. Rimangono in piedi, amplificate anzi, tutte le riserve che ho espresso qualche giorno fa a proposito della meritocrazia quale criterio da utilizzare per gli avanzamenti di carriera in ambito lavorativo.  Chi ha diritto di stabilire quali sono i soggetti più meritevoli? Come e da chi vengono fissati i criteri di merito?
I premi e le punizioni presuppongono un'idea gerarchica della scuola, in cui il  capo esercita il diritto di decidere sul futuro dei sottoposti. Una concezione del sapere che ritengo francamente superata. I ragazzi non sono dei contenitori di nozioni e le aule non sono dei campi di battaglia dove affrontarsi per guadagnarsi le medaglie al valore da appuntare sul vestito della festa. 
Si continua ad ignorare che la scuola è anche il luogo dove avviene una buona parte della maturazione affettiva degli adolescenti. Mettere in competizione gli studenti fra di loro avrà ha effetti psicologici devastanti. Non saranno premiati i più intelligenti, ma quelli che risponderanno in maniera corretta al maggior numero di domande a risposta chiusa, disincentivando quindi la ricerca di soluzioni originali e scoraggiando l'acquisizione di strumenti critici.

Fromm

"Mentre la vita è caratterizzata dalla crescita in modo strutturato, funzionale, la persona necrofila ama tutto ciò che non cresce, tutto ciò che è meccanico. La persona necrofila è spinta dal desiderio di trasformare l'organico in inorganico, di accostarsi alla vita meccanicamente, come se tutte le persone viventi fossero cose. Tutti i processi viventi, i sentimenti e i pensieri vengono trasformati in cose. La memoria più che l'esperienza; avere più che essere: questo conta. Il necrofilo può entrare in contatto con un oggetto, un fiore o una persona, solo se lo possiede; se perde uno dei suoi beni, perde il contatto col mondo" Erich Fromm

domenica 3 giugno 2012

Fondamentalismi

"Né ai tempi di Hobbes, né prima né dopo, le Scritture chiamate sacre sono state in grado di dire le numerose cose che molti avrebbero voluto( e vorrebbero) sapere da loro: perché non possono dirlo, perchè dirlo non fa parte della loro essenza, perché non lo sanno. Tuttavia, nella storia delle tre religioni, problemi come quelli sollevati da Hobbes non devono aver mai destato soverchie preoccupazioni. Quando i teologi si sono lasciati trascinare a discuterne, i loro sforzi sono culminati null'altro che in pseudodimostrazioni del carattere rivelato(e cioè ispirato da Dio) dei testi di fondazione della religione cui appartenevano - dimostrazioni, in ogni caso, rimaste confinate ai manuali di introduzione alle scritture sacre, a uso pressoché esclusivo di quei futuri teologi già perfettamente convinti che quelle certe scritture fossero rivelate". Ugo Bonanate, Il dio degli altri, Bollati Boringhieri, 1997.

sabato 2 giugno 2012

Extravagantes sulla storia del lavoro/2

Terminata la scuola media, si pone per i ragazzi la questione della scelta di cosa frequentare nei cinque anni successivi; per alcuni di loro il problema neppure si pone: abbandonano subito. 
Quando presi io la licenza media, nella scheda finale di valutazione era presente un apposito spazio dove gli insegnanti consigliavano la scuola da frequentare in base alle attitudini. In ordine gerarchico: licei, istituti tecnici, professionali. Chi ha voglia di studiare, o chi è più bravo, andrà al liceo, gli altri dovranno accontentarsi di un istituto tecnico o cercarsi un lavoro. Una classifica stabilita in base al merito, in cui al vertice si trovano i rampolli della classe dominante, destinati al mondo delle professioni, e alla base i figli dei poveri (ho avuto un po' di remore ad usare questa parola così demodé, ma perché non chiamare le cose con il loro nome?), che dovranno accontentarsi di un impiego o trovarsi un lavoro. Ai miei tempi la terza media era più che sufficiente per fare il servo pastore o il manovale. Passava questo messaggio: se sei bravo, se studi, non dovrai lavorare, altrimenti, è peggio per te. Accade con frequenza statisticamente rilevante che ad aver voglia di studiare, ad essere più portati siano i ricchi. I poveri risultano pelandroni, svogliati e quando, diventati grandi, proveranno ad alzare la testa, i loro antichi compagni di scuola ricorderanno loro con la voce stridula da primi della classe che hanno scelto liberamente. Ma siamo certi che quella scelta sia stata veramente libera?  Chi è pressato dalle necessità economiche non ha tempo da perdere con il latino e il greco. La sua famiglia non potrà pagargli comunque l'università, per cui è bene che si metta da subito il cuore in pace. Molto probabilmente se un ragazzo non ha alle spalle una famiglia con delle possibilità economiche, deciderà di frequentare un istituto tecnico, quasi certamente rinunciando in partenza agli studi universitari, che gli dia, così si cerca di fargli credere, la possibilità di trovarsi subito un lavoro. Che si trovi disoccupato, cosa molto probabile, oppure che svolga un mestiere o che abbia un impiego le cose non cambiano di molto, perché ad avere la meglio nella scala sociale, a ricoprire cioè i posti di responsabilità e di potere,  saranno comunque i ragazzi che hanno deciso di non lavorare, ma di proseguire gli studi. Chi fa un lavoro manuale è meno ricco di chi, avendo studiato, svolge una professione. Poiché la classe dominante è molto attenta a mantenere i propri privilegi di casta, farà in modo che la scuola non funzioni come veicolo di promozione sociale. Da qui passa il moltiplicarsi degli istituti tecnici e il discredito per gli studi umanistici, che non servono a niente. Ed è vero che non servono a niente, nel senso che non insegnano a fare alcunché. Proprio per questo motivo le arti liberali sono tradizionalmente destinate a chi, libero dalla necessità di dover lavorare, può dedicarsi alle attività prettamente intellettuali. 
Una volta un'insegnante della scuola superiore, nel commentare la libera scelta di abbandonare gli studi disse: "non c'è niente di male, il lavoro non ha mai ucciso nessuno". È rimasta di questo parere finché la dispersione scolastica riguardava i propri alunni; ha cambiato idea soltanto quando suo figlio ha deciso di andare a bottega da un meccanico.

Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...