sabato 28 gennaio 2012

Una fiaba per adulti

Ho riletto recentemente “I vestiti nuovi dell’Imperatore” e ho avuto la conferma che le fiabe non sono un genere letterario destinato esclusivamente ai bambini.
Il racconto di Hans Christian Andersen parla di un re vanitoso, la cui unica occupazione era quella di abbigliarsi con vestiti costosi per farsi ammirare dai sudditi e dai cortigiani. Un giorno si presentarono a corte due truffatori dicendo di vendere delle stoffe molto particolari: potevano essere viste solo dalle persone intelligenti. Il re, che amava essere lodato per il proprio acume oltre che per la propria eleganza, fa commissionare  ai due furfanti il vestito più bello e costoso che si potesse immaginare. Dopo oltre un mese di scrupolosa lavorazione l’abito venne consegnato e le casse regie si scoprirono notevolmente alleggerite. Il sovrano, per paura di essere deriso, finse di vedere ciò che non poteva essere visto perché inesistente. Allo stesso modo si comportarono i cortigiani e i ministri. Il re quindi uscì dal palazzo per il suo quotidiano defilé, come sempre seguito da uno stuolo di dignitari e servitori. Presso il popolo intanto si era diffusa la voce dei vestiti nuovi del sovrano e della loro singolare caratteristica. Ciascuno quindi, nel vedere il re coperto soltanto da un paio di mutandoni di lana(così nella castigata versione che ho avuto fra le mani qualche giorno fa), fu colto dall’atroce dubbio di non essere intellettualmente dotato. A nessuno, tuttavia, venne in mente di pensare che il vestito non si vedeva perché non c’era. Qualcuno forse sospettò che si trattava di un inganno ma tacque, in omaggio quella  prudenza che spesso deborda nella viltà. Solo un bambino ebbe il coraggio di gridare “Il re è nudo!”.
Da piccolo trovavo gustosa e irriverente  la regale nudità, l’esibizione del corpo di un uomo di mezza età, convenzionalmente impotente, grassoccio, con il sederone flaccido e debordante adagiato sulle gambette esili.
Molti anni dopo la prima lettura ho scoperto nella fiaba di Andersen, significati che allora non avevo colto.
Cerchiamo dunque di andare oltre la lettera. Il re finge di vedere ciò che non c’è perché non vuol perdere credibilità agli occhi dei cortigiani e dei sudditi. Il popolo, a sua volta, finge perché teme le tremende sanzioni nelle quali rischiano di incorrere gli increduli.
La naturale compenetrazione tra potere temporale e potere spirituale mi porta a pensare che il re possa essere agevolmente sostituito da una figura assimilabile a quella del sacerdote. Del resto la nostra tradizione giudaico cristiana è intrisa di riferimenti alla regalità divina e il re stesso è persona sacra.
Nell’interpretazione allegorica i vestiti nuovi dell’imperatore sono una delle tante buone novelle che hanno funestato la storia dell’homo sapiens. Nessuno può credere a ciò che è manifestamente incredibile, così come non si può vedere un abito che non c’è. Tuttavia non c’è nessuno che possa riconoscere e smascherare la menzogna. Non il re, a questo punto re-sacerdote, che fonda la propria fortuna sulla credulità del popolo; non i cortigiani né i ministri che non osano contraddire il proprio sovrano; non i sudditi, per paura delle sanzioni che saranno comminate se non si crede in ciò che i potenti comandano di credere. Solo un bambino, alla fine del racconto, ha il coraggio di gridare “Il re è nudo!”. Non è l’ingenuità dell’infanzia. E’ esattamente il contrario. Il bambino assume il ruolo che è proprio dell’intellettuale: stanare gli impostori. E’ intelligente nel senso letterale del termine, cioè capace di trovare ciò che viene volutamente nascosto.
Le religioni, e in particolare i tre monoteismi del deserto, hanno uno speciale punto di forza nella doppia e condivisa ipocrisia, dei chierici e dei fedeli. La funzione dell' intellettuale è quindi proprio quella di riconoscere  il disvelamento, certificare l’avvenuta profanazione, gridare, primo fra tutti, “Il re è nudo!”.
La versione che lessi da bambino si concludeva in questo modo: “Il re promise di nominare il bambino primo ministro, e così fece”. Secoli di inquisizione, di abiure, di libri messi all’indice e di roghi consumati in danno dei liberi pensatori mi inducono a ritenere che le cose, fuori dal mondo fiabesco, siano andate diversamente.

mercoledì 11 gennaio 2012

Ancora sull'articolo 18


Ho riletto ancora una volta lo Statuto dei Lavoratori e continuo a ritenere non convincenti le ragioni addotte da quanti ne propugnano la sua modifica, con riferimento particolare all’articolo 18.
L’argomento che viene portato con maggior frequenza si può riassumere in queste parole: le aziende non assumono perché non possono licenziare. Se ne desume che, per poter incrementare l’occupazione, si dovrebbe licenziare con più facilità. Una logica piuttosto contorta che posso dare per buona solo per amore di discussione, accettando anche la buona fede dei sedicenti riformisti. Con la rimozione di questo ostacolo, assieme ad altre misure volte ad incentivare la flessibilità del mercato del lavoro, gli imprenditori avrebbero meno remore ad aumentare il numero dei propri dipendenti. Ciò che invece è logico attendersi, e credo che questo in definitiva ci si aspetti dall’abrogazione dell’articolo 18, è che le imprese potranno allontanare con più facilità i lavoratori politicamente scomodi e quelli più attivi nei sindacati sgraditi alla dirigenza.
La norma in oggetto tutelerebbe un’esigua minoranza di lavoratori, risultando così discriminatoria verso tutte quelle categorie che ne rimarrebbero escluse. Questa sarebbe però una ragione per estenderne l’applicazione e non per ridurla ulteriormente.
Vediamo comunque cosa dicono i numeri. In Italia, tolti i dipendenti pubblici e i liberi professionisti, la popolazione attiva ammonta a circa 17,5 milioni di persone, di cui 7, 8 milioni addetti alle imprese con più di 15 dipendenti: sono proprio questi lavoratori la categoria tutelata dall’articolo 18. Secondo  i dati riportati sul sito del settimanale  Panorama le persone reintegrate nel posto di lavoro grazie all’articolo 18 sarebbero non più di 500 ogni anno. L’esiguità della cifra, lungi dall’essere letta come un argomento che milita a favore dell’abrogazione, può essere interpretata come il raggiungimento dell’effetto disincentivante che la norma opera verso l’ingiusto licenziamento, il che corrisponde esattamente alla ratio che ha orientato il legislatore del 1970.
Il dibattito di questi giorni, paradossalmente, si sta concentrando principalmente sulla flessibilità in uscita, cioè su come rendere più facili i licenziamenti.
In Italia ci sono circa due milioni di persone assunte con contratti flessibili: lavoratori che non sono in grado di programmare il proprio futuro, che il più delle volte non sanno quale lavoro faranno il giorno dopo, impelagati nella giungla della parasubordinazione, totalmente esclusi da ogni tutela e da ogni garanzia. Questa si chiama flessibilità, ma io continuo a chiamarlo precariato, una condizione orrenda e devastante anche sul piano psicologico. Dunque si dovrebbe intervenire con misure volte a fare in modo che i precari siano un po’ meno precari. Si dovrebbero limitare i tipi contrattuali e cercare di ricondurli, almeno tendenzialmente, al modello del lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato.
Naturalmente mi rendo conto di essere controcorrente. Spendere poche parole contro lo scandalo del precariato equivale ad una tremenda eresia. Sono convinto però che le ragioni della produzione e del profitto non possano mai andare a detrimento della dignità del lavoro, anche perché scaricare sui lavoratori i costi e i rischi della competitività scatenerebbe, e di fatto sta scatenando, una pericolosa gara al ribasso: da qualche parte del mondo ci sarà comunque qualcuno più affamato di noi disposto ad accettare condizioni sempre più disumane e degradanti.

venerdì 6 gennaio 2012

Non un passo indietro sull'articolo 18

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori rappresenta per la sinistra italiana la linea del Piave, il punto di non ritorno, il discrimine sul quale costruire un futuro progetto politico e tracciare possibili alleanze.
È  una battaglia tutta politica, persino ideologica e anche di retroguardia. Se difendere senza tentennamenti le conquiste di decenni di lotte durissime della classe lavoratrice significa essere conservatori, e perorare lo smantellamento sistematico dello stato sociale e la causa del libero mercato vuol dire essere progressisti, io non ho nessuna difficoltà a collocarmi fra i reazionari.
L’articolo 18 della Legge 300 del 1970 si inserisce nel titolo secondo, rubricato “Della libertà sindacale”. Vediamo, in estrema sintesi, cosa prevede questa norma. In primo luogo bisogna ricordare che la disposizione in oggetto si applica alle aziende con più di quindici dipendenti. Il giudice, con la sentenza con cui dichiara nullo il licenziamento illegittimamente intimato, ordina la reintegrazione del lavoratore o, se questi lo richieda, un’indennità pari a quindici mensilità, fermo comunque restando il risarcimento del danno.
La legge parla di reintegro e non di riassunzione. La differenza è fondamentale perché col reintegro il lavoratore non perde i diritti acquisiti né l’anzianità di servizio, mentre con la riassunzione sorge un nuovo contratto, con clausole e trattamento economico differenti rispetto a quelli originari.
È necessario precisare che l’articolo 18 opera a tutela dei licenziamenti individuali che si configurino come discriminatori, mentre i licenziamenti collettivi, che si rendano necessari a seguito di riduzione, trasformazione o cessazione di un’attività, sono in gran parte disciplinati dalla normativa di cui alla legge 223 del 1991.
Gli abrogazionisti, tra i quali si collocano numerosi esponenti del Partito Democratico, sostengono che, intervenendo sull’articolo 18, le aziende avranno meno remore ad assumere nuovo personale, con un conseguente vantaggio complessivo in termini occupazionali. Anche ammettendo, con un clamoroso rovesciamento logico, che licenziare sia uno strumento idoneo a creare occupazione, verrebbe da pensare che le piccole e piccolissime imprese, alle quali l’articolo in oggetto non si applica in ogni caso, sarebbero già da ora nella condizione ideale per stipulare nuovi contratti di lavoro subordinato.
La difesa dello Statuto dei lavoratori è ideologica, perché ideologica è l’aggressione che deve fronteggiare. Abrogando l’articolo 18, infatti, non si crea occupazione, si rendono più semplici i licenziamenti discriminatori: a farne le spese saranno i lavoratori più sindacalizzati, quelli politicamente impegnati, chi non condivide l’ orientamento religioso del datore di lavoro…
Il tentativo di smantellare il corpus dei diritti dei lavoratori si colloca quindi in un contesto di sostanziale eversione della costituzione materiale, la quale sin dal suo primo articolo ha compiuto una scelta politica di fondo nel tributare al lavoro un’ importanza fondamentale nell’edificazione di un modello sociale antiautoritario, incentrato essenzialmente sulla partecipazione e sulla solidarietà.

lunedì 2 gennaio 2012

I morti non sono tutti uguali

La scomparsa di Mirko Tremaglia ci ricorda che non tutti i morti sono uguali.
La morte non conferisce nessun valore supplementare alle scelte che si sono fatti da vivi. I ragazzi di Salò stavano dalla parte  del torto e Tremaglia ha sempre rivendicato con orgoglio la sua militanza repubblichina. Non ha rinnegato la sua scelta neppure quando, nel 2001, fu nominato ministro per gli italiani del mondo.  E agli italiani nel mondo, alla difesa di una presunta italianità, Tremaglia ha dedicato tutta la sua vita politica. Il diritto di voto per i residenti all’estero  è stato il suo più grande successo politico. Sfortunatamente le cose andarono diversamente da come si temeva e nel 2006 i voti della circoscrizione estero furono determinanti per la vittoria di Prodi: evidentemente lo stereotipo dell’emigrato italiano semianalfabeta con l’immagine del Duce appesa in camera aveva fatto il suo tempo.
Nel 2004, a proposito della bocciatura di Buttiglione a commissario europeo, Tremaglia pubblicò un comunicato in cui scrisse: "Purtroppo Buttiglione ha perso. Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza”. Parole che rivelano una straordinaria bassezza culturale e una naturale propensione all’ intolleranza da cui la destra italiana non è mai riuscita ad affrancarsi.
Nel tracciare un ritratto dell’estinto, Aldo Di Biagio su http://www.generazioneitalia.it/ scrive che” l’italianità non è un parere” ma  un fuoco che arde dentro e che si alimenta giorno dopo giorno”. Terminata la lettura del pezzo ho avuto la conferma e che il senso del ridicolo, di cui non è provvisto l’onorevole Di Biagio, costituisce il più sicuro argine eretto a difesa della libertà e della democrazia, valori che evidentemente non gli stanno a cuore, e che non erano la bussola neppure di Tremaglia, il quale appunto ha speso tutto la sua esistenza a difendere una non meglio precisata dignità dell’Italia.

Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...