domenica 30 dicembre 2012

Narrazioni...


Sono a corto di idee, per cui oggi, anziché molestare con le mie considerazioni  sparse i canonici venticinque lettori, li invito alla condivisione, in un senso auspicabilmente più profondo di quello facebookiano, di una citazione tratta dal bellissimo libro di Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi. La copia che ho sotto mano( Edizioni Gruppo Abele) amorevolmente e minuziosamente glossata come si conviene ai pochi libri che sentiamo veramente nostri, mi è stata venduta un paio di anni fa in un banchetto organizzato da un collettivo antagonista presso la Facoltà di Lettere a Sassari. 


Quindi gli oppressori mettono in moto una serie di risorse per mostrare alle masse conquistate o oppresse un falso mondo. Un mondo di inganni che, alienandole sempre di più, le mantenga passive. Nell'azione di conquista, quindi, non è possibile presentare il mondo come problema, ma piuttosto come un dato, qualcosa di statico a cui gli uomini devono adattarsi.Gli oppressori cercano quindi di ottenere esclusivamente l'aspettativa delle masse, e la cercano con tutti i mezzi, attraverso la conquista. Masse  conquistate, spettatrici, gregarie, e perciò masse alienate.È  necessario tuttavia arrivare fino ad esse, per mantenerle alienate attraverso la conquista. Questo arrivare fino a esse, nell'azione di conquista, non può trasformarsi in un restare con esse. Questo avvicinamento, che non può essere fatto per mezzo delle comunicazione, si fa attraverso i "comunicati", attraverso il deposito di miti indispensabili per mantenere lo status quoIl mito, per esempio, che l'ordine oppressivo è un ordine liberatore. Che tutti siano liberi di lavorare dove vogliono. Se il padrone non è gradito, lo possono lasciare per trovare un altro impiego. Il mito che questo "ordine" rispetta i diritti della persona umana, e che quindi è degno di rispetto. I mito che tutti, purché non siano pigri, possono arrivare a essere dirigenti d'impresa; soprattutto il mito che l'uomo, che vende per le strade gridando << marmellata di banana e goioba!>>, è proprietario, come il padrone di una grande fabbrica. Il mito del diritto di tutti all'educazione, quando è irrisorio il numero dei brasiliani che riescono a frequentare la scuola elementare, e ancor più irrisorio  il numero di coloro che riescono a restarci. Il mito dell'uguaglianza di tutti, quando <<ma lei lo sa con chi sta parlando?>> è una domanda ancora attuale. Il mito dell'eroismo delle classi oppressive, in quanto mantengono l'ordine che incarna "la civiltà occidentale e cristiana" che esse difendono dalla "barbarie materialista". Il mito della loro carità e generosità, mentre come classe sono capaci solo di assistenzialismo, che si sdoppia nel mito dei falsi aiuti, e che ha meritato, sul piano internazionale, il fermo ammonimento dei Giovanni XXIII. Il mito che le élite dominanti <<nel riconoscimento dei loro doveri>> promuovano il popolo, e che questo deve, in un gesto di gratitudine,  accettare la loro parola e adattarcisi. Il mito che la ribellione del popolo è un  peccato contro Dio. Il mito della proprietà privata come fondamento dello sviluppo della persona umana (...purché  le persone umane siano solo gli oppressori). Il mito dell'operosità degli oppressori e della pigrizia e disonestà degli oppressi. Il mito dell'inferiorità "ontologica" di questi e della superiorità di quelli.Tutti questi miti e altri ancora, che il lettore può aggiungere, e che introdotti nelle masse popolari divengono fondamentali per conquistarle, sono portati fino alle masse dalla propaganda bene organizzata, dagli slogan, di cui sono veicolo i cosiddetti "mezzi di comunicazione di massa". Come se il deposito di questi contenuti alienanti fosse realmente comunicazione.
          

lunedì 24 dicembre 2012

Martire mancato

Napolitano è stato spietato. Ha commutato i 14 mesi di reclusione inflitti ad Alessandro Sallusti in una pena pecuniaria di quindicimila euro, sottraendolo allo splendore del martirio. I posteri e le biblioteche saranno privati delle sue memorie carcerarie. Mi sarebbe piaciuto poter leggere i Quaderni dal carcere di San Vittore. 
I fatti sono noti: il giornalista viene condannato per un articolo pubblicato nel 2007 dal quotidiano Libero, di cui era all'epoca direttore, in cui si accusa un magistrato di aver costretto ad abortire una ragazzina di tredici anni. Il giudice non gradisce e sporge querela. La vicenda approda in Cassazione che qualche giorno fa conferma la sentenza. Sallusti, sottoposto ad arresti domiciliari, evade e si reca alla sede del Giornale, dove viene prelevato dalla polizia.  Commenta amareggiato "Non si esegue l'arresto di un giornalista all'interno di un giornale". E dove sta scritto? Quale norma procedurale è stata violata? Ovvio che la polizia va a prelevare il ricercato nei posti dove presumibilmente si trova. Questa volta il compito delle forze dell'ordine è stato facilitato perché l'evaso ha manifestato pubblicamente i suoi intenti e si è premurato di comunicare il luogo in cui avrebbe trascorso la latitanza.
Non mi risulta peraltro che le sedi dei giornali godano di speciale immunità, né per chi ci lavora né per altri.
Sembra che Sallusti abbia fatto di tutto per finire in cella e dimostrare che in Italia non esiste libertà di stampa, che i giornalisti sono perseguitati, che la magistratura italiana è forcaiola, giustizialista e, ovviamente, politicizzata.
Personalmente vedo la faccenda in maniera un po' più disincantata. Sallusti era ed è rimasto un giornalista al servizio di un padrone. Uno dei giornali da lui diretti, Libero, cavalca biecamente e bassamente una triste vicenda di cronaca giudiziaria per mettere in discussione i principi stessi su cui si fonda la 194, strizzando così l'occhio alla destra clericale, e, allo stesso tempo, perpetrare l'ennesimo affondo contro la magistratura, operazione questa sempre gradita nei dintorni di casa Berlusconi.
Ora, se è quantomeno discutibile mandare in carcere il direttore di un giornale per le intemperanze di un suo redattore, è del tutto fuori luogo assimilare Sallusti ad un martire per la libertà, come Gramsci, Mandela e Gandhi.

giovedì 20 dicembre 2012

Dieci consigli per Giannino


Oscar Giannino sarà il candidato premier del movimento da lui fondato. I dieci punti in cui si articola la proposta fermadeclinista meritano qualche approfondimento.  I punti 1, 2, 3, 4 e 5 ( riduzione del debito, della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni, sostegno al reddito che non passi attraverso la tutela del posto fisso) delineano con sufficiente chiarezza la visione politica complessiva di Giannino e dei suoi sostenitori: competitività, concorrenza, meritocrazia, più mercato meno stato, meno tasse e quindi meno servizi pubblici (ma questo ovviamente non può essere detto a voce alta).
Il punto 6 può essere accettato, ma è formulato con una vaghezza eccessiva, tale che nessuno potrebbe affermare il contrario: di una legge organica sui conflitti d'interesse c'è effettivo bisogno; la verificabilità dei redditi dei funzionari pubblici e di chi ricopre cariche elettive è una battaglia giusta; l'allontanamento dei corrotti dalla gestione della cosa pubblica è una questione etica sulla quale si dovrebbe convenire in maniera scontata e trasversale.
Il funzionamento della giustizia di cui al punto 7 non passa attraverso la riforma dell'ordinamento giudiziario. Ben più utile risulterebbe lo sfoltimento dei carichi pendenti, che si può ottenere attraverso un drastico decurtamento delle fattispecie criminose nel settore penale e incentivando le procedure di conciliazione in ambito civile. Cosa significhi gestione professionale dei tribunali non è dato sapere. Sappiamo però che in Italia si accede alla magistratura a seguito di un difficilissimo concorso: tre scritti e una decina di orali che coprono tutto lo scibile giuridico e tengono i candidati impegnati per due anni. E sappiamo anche che i magistrati rispondono alla legge del loro operato e che sulla loro condotta disciplinare vigila il CSM. Il costituente ha predisposto agli  articoli 101 - 110 un sistema di garanzie che sottrae la magistratura all'interferenza impropria di poteri ad essa esterni.  Sono quindi comprensibili i dubbi circa la possibilità che gli avanzamenti di carriera possano essere determinati da non meglio specificati criteri meritocratici. 
Il punto 8 propone il superamento del dualismo occupazionale e l'introduzione di una effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell'economia e della società. Superamento del dualismo occupazionale significa, tradotto dal paludato lessico accademico in parole più semplici, generalizzazione della precarietà, cioè eliminazione delle tutele per i lavoratori che hanno fino a questo momento il lavoro fisso.
Di meritocrazia si parla anche al punto 9: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Evidentemente quello della concorrenza è un chiodo fisso di Giannino.  Bizzarra l'idea di attivare la lunga e complessa procedura prevista dall' articolo 138 per costituzionalizzarne il principio.
Il punto 10  è relativo al federalismo: un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Si vorrebbe imporre agli amministratori tagli ulteriori ai servizi erogati dagli enti locali, come se quelli praticati fino ad  ora non fossero sufficienti.

In un paese normale non ci sarebbe bisogno di Giannino, che si fa coerente interprete di un programma di destra, di una destra appena presentabile, senza ulteriori aggettivi. Dichiara apertamente i suoi intenti. Non dice nulla di nuovo né nulla di nuovo si propone di fare. 

In un paese normale la sinistra ha la funzione di contrapporre alla competitività la solidarietà, di riproporre un modello sociale solidale e di smascherare apertamente le politiche liberiste. Se proprio si deve accettare senza riserve il modo di produzione capitalistico che sia almeno temperato da una politica economica dai forti connotati socialdemocratici: più stato e meno mercato, più tasse sui profitti e sulle rendite, più servizi pubblici, lotta all'evasione fiscale, politiche occupazionali con riduzione delle tipologie contrattuali, scuola e sanità totalmente gratuite.

Anche la sinistra può avere il dono della sintesi programmatica.

Ci consoliamo sapendo di non essere una paese normale. Non c'è tanto spazio per Giannino che dovrà contendersi l'elettorato di destra con un Berlusconi in difficoltà ma che vanta sperimentate capacità di recupero e con un centro sedotto dalla continuità con il governo Monti. 
La concorrenza, almeno in questo caso, è garantita.

sabato 8 dicembre 2012

Dolo eventuale e colpa cosciente


Rievocando la sentenza di primo grado sul rogo allo stabilimento Thyssen di  Torino Annalisa Chirico si chiede, retoricamente, se
Possiamo veramente ritenere che Harald Espenhanh sia l’omicida volontario dei sette operai? Possiamo veramente ritenere che su Pucci (delegato al marketing all’epoca dei fatti) o su Priegnitz (responsabile Amministrazione e finanza) ricada la responsabilità di un omicidio colposo?
E poi aggiunge "permettetemi di dissentire da questa ricostruzione". 
Nel non permetterle di dissentire provo a ricordarle la differenza   che corre tra colpa cosciente e dolo eventuale. Nella colpa cosciente l'agente pone in essere una condotta antigiuridica ma non accetta l'evento possibile, ed è anzi convinto che non si verifichi. Nel dolo eventuale, invece, l'evento, conseguenza di una condotta antigiuridica, viene accettato anche se non costituisce lo scopo della propria condotta (omissiva o commissiva). La vicenda Thyssen rientra chiaramente nel secondo caso: l'omissione di misure di sicurezza in un'acciaieria implica l'accettazione che possano verificarsi degli eventi fatali, cosa che è in effetti accaduta. Conclude la Chirico
Il Caso ThyssenKrupp va ben al di là di Torino e tocca uno dei nervi scoperti della competitività del Paese. Sentenze come questa offrono forse la shakespeariana “libbra di carne” alla folla agognante giustizia, ma non rendono giustizia a nessuno, né alle vittime né ai sopravvissuti. Riescono invece in modo formidabile ad instaurare il clima del terrore nella caccia a quello che un tempo era il padrone capitalista e oggi è diventato l’assassino volontario.
Insomma la sentenza  sarebbe stata dettata dalla necessità di placare la sete di vendetta della folla. Liberissima di crederlo e di considerare il pluriomicida Espenhanh vittima di un clima da caccia alle streghe.
Ora so con certezza chi sarà chiamato a pagare il prezzo della competitività e cosa si intende per rivoluzione liberale, della quale la Chirico si proclama fautrice.


martedì 27 novembre 2012

Chanson d'automne


L'autunno è liturgicamente deputato alle manifestazioni di piazza. E liturgiche sono anche le esternazioni che ne seguono, tutte di questo tenore: Comprendiamo le ragioni della protesta ma condanniamo la violenza oppure Gli abusi perpetrati sui manifestanti da alcuni agenti non possono comportare un giudizio di condanna sull'operato complessivo delle forze dell'ordine. Scontata e sempre più fuori contesto la citazione di Pasolini, il quale nella famosa poesia scritta in seguito alla battaglia di Valle Giulia aveva rimbrottato gli studenti ricordando la loro condizione borghese, contrapposta a quella proletaria o sottoproletaria  dei celerini. 
Da che io mi ricordi, 1989, anno per altri versi memorabile, lo schema è rimasto pressoché inalterato: cortei, occupazioni delle scuole e dell'università, qualche petardo, scaramucce tra studenti e poliziotti, disordini tutto sommato limitati. Per i ragazzi al primo anno delle superiori tutto questo è quasi un rito d'iniziazione, in fondo benevolmente tollerato da genitori e professori i quali, così mi pare di ricordare, addolcivano le pur blande reprimende con quel pizzico di nostalgia che segna la distanza tra giovani e meno giovani, fra l'uomo di mezza età che ha vissuto una precedente stagione di lotta e l'adolescente che si affaccia per la prima volta, goffo e inesperto, a qualcosa di approssimativamente vicino alla politica.
Il rituale si è compiuto anche quest'anno. Scontri a Milano, Torino, Roma e nelle altre principali città italiane. Autonomi indignati, vetrine spaccate, manifestanti e agenti contusi, lacrimogeni, cariche della polizia. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole d'autunno. Dico apparentemente perché la stessa cosa è avvenuta nello stesso momento in tutte le capitali europee e per le stesse ragioni: le politiche di austerità e rigore in nome delle tre parole d'ordine (mercato, mercato e ancora mercato) imposte dall'Unione europea non sembrerebbero incontrare il favore degli studenti, dei pensionati, dei disoccupati e dei lavoratori a reddito fisso. E perché dovrebbero? Perché dovrebbero rinunciare alla sanità gratuita, alla scuola pubblica, ad un posto di lavoro sicuro? È così fuori dal mondo pretendere che i ricchi e non i poveri paghino per i danni che loro hanno prodotto? La ricetta per uscire dalla crisi non è affatto univoca e richiede delle risposte politiche, che naturalmente non possono accontentare tutti. Si tratta appunto di fare delle scelte. Ad essere ottimisti nella violenza di questi giorni si potrebbe vedere un germe dell'internazionalismo proletario, ma credo che si tratti di un'esagerazione. In ogni caso le categorie marxiane non sono del tutto obsolete. E' stato infatti autorevolmente affermato ( Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la di classe, intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, 2012) che la lotta di classe non è mai cessata ma ha assunto negli ultimi decenni forme affatto particolari e soprattutto è stata e continua ad essere  condotta dall'alto verso il basso e sostenuta da un mostruoso apparato ideologico:
Anzitutto la classe politica transnazionale fruisce di un poderoso collante ideologico che è sostenuto da decine di "serbatoi di pensiero", operanti sopratutto in Europa e negli Strati Uniti. Essa possiede inoltre un grosso peso politico. Le leggi in tema di politiche fiscali, deregolamentazione della finanza, riforme del mercato del lavoro, privatizzazione dei beni comuni - dall'acqua ai trasporti pubblici- emanate in diversi paesi dagli anni Ottanta in poi, e che oggi il Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca centrale europea (Bce) e la Commissione europea (Ce) vorrebbero imporre a tutti i membri dell'Unione europea(Ue) o quanto meno a quelli dell'eurozona, sono state una parte essenziale della controffensiva a cui mi riferivo prima. 
Tale controffensiva non avrebbe mai avuto il successo che ha avuto se non avesse potuto prender forma di e appoggiarsi su leggi, decreti, normative e direttive che sono stati concepiti e approvati appositamente dai parlamenti sotto la spinta delle lobbies industriali e finanziarie, in vista di un duplice scopo: indebolire il potere delle classi lavoratrici e delle classi medie, e accrescere allo stesso tempo il potere della classe dominante. A ciò vanno aggiunti i finanziamenti, dell'ordine di centinaia di milioni l'anno, che dette lobbies erogano a favore dei candidati alle elezioni politiche: mi riferisco a deputati, senatori e presidenti della Repubblica - in quest'ultimo caso, ovviamente, nei paesi come usa e Francia dove il presidente viene eletto dal popolo - dei quali le corporation industriali e finanziarie intendono assicurarsi la benevola attenzione allorché saranno in carica.
Le manifestazioni dei giorni scorsi, in alcuni casi debordate in episodi di violenza, in altri contenute entro i limiti della goliardia studentesca ( siamo venuti già menati si poteva leggere su uno striscione) evidenziano la debolezza attuale della classe lavoratrice, conseguenza della sudditanza ideologica ai miti tanto generosamente elargiti dai serbatoi di pensiero al servizio della borghesia e amplificati dai mezzi d'informazione.
Non resta che attendere una risposta politica all'input che arriva dalla piazza.  Risposta che naturalmente incombe sulla sinistra, da quella di ispirazione marxista a quella che voglia aspirare a dirsi socialdemocratica.




  

domenica 4 novembre 2012

Barbaria italiana



Dal film Uomini contro di Francesco Rosi (1970), liberamente tratto da Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu.



Durante un furioso bombardamento i soldati, presi dal panico, contravvengono ad un'ordine ed escono dal rifugio. 
Gli ufficiali del comando, interpretando in maniera particolarmente rigorosa il codice militare, decretano la decimazione.
Francesco Rosi fu denunciato per vilipendio all'esercito e il film, che nulla concede alla facile retorica patriottarda e alla mielosa leggenda del Piave, fu esplicitamente osteggiato dai vertici delle forze armate.
Eppure la pellicola è persino banale nel contenuto: soldati, in gran parte contadini meridionali spesso analfabeti, mandati a morire per una ragione che loro non comprendevano; le trincee fangose; le razioni supplementari di acquavite somministrate alla truppa prima dell'attacco; l'ottusità degli alti comandi, così ben impersonata dal ridicolo e tronfio generale Leone. La verità storica sulla Grande Guerra era già stata scritta: un conflitto totalmente inutile, al termine del quale l'Italia vide avanzare i propri confini di qualche chilometro, costato settecento mila morti. Per cui il film di Rosi non aggiungeva nulla, tantopiù che quarant'anni fa era ancora viva la memoria degli eventi. Ciò che destava maggiori preoccupazioni invece era il rischio che una verità storica confinata nelle aule universitarie, o al più affidata ai ricordi dei reduci, diventasse senso comune, base per una consapevolezza comune.
A Nule, all'ingresso del cimitero, si trova il monumento ad un ragazzo ventenne morto sul Carso,  vittima, recita l'epigrafe, della barbaria austriaca. A colpirmi non è stata tanto l'evidente sgrammaticatura ma l'analogia che ho voluto vedervi con la vicenda di Paul Bäumer in Niente di nuovo sul fronte occidentale.
A quasi cento anni dalla conclusione della Grande Guerra la memoria collettiva dell'inutile massacro è consegnata ai monumenti ai caduti che si trovano anche nei più sperduti paesi. I morti sono elencati con un ordine rigoroso, ufficiali, sottufficiali, graduati di truppa e soldati semplici: uguali di fronte all'Onnipotente, i trapassati continuano a marcare le differenze nei confronti della posterità.







sabato 3 novembre 2012

Il passo del gambero e quello del lupetto

Condivido in pieno le riflessioni sul renzismo contenute nel blog di Giuseppe Masala e rispondo alla domanda, che so essere retorica, circa la collocazione politica del rottamatore. Non ho alcun dubbio: Renzi non ha nulla a che vedere con la sinistra italiana, non solo con la tradizione marxista, ci mancherebbe, ma neppure con la più edulcorata socialdemocrazia. A voler essere generosi lo si potrebbe ascrivere al cattolicesimo riformista e in questo senso depone la sua biografia familiare e personale.
Renzi ha avuto il formale nulla osta del salotto buono della finanza italiana. Finalmente uno di sinistra che non demonizza il capitale e che non ha letto Marx, plaude gongolante Guido Vitale. Ho sempre sospettato che la caproneria potesse costituire un titolo di merito per il rampollo viziato di una famiglia borghese che gioca a fare politica. Faccione da primo della classe, rassicurante, ovvio nelle sue esternazioni, illetterato quanto basta per non destare invidia, Matteo Renzi ha tutte le qualità per accreditarsi come leader moderato agli occhi del mondo imprenditoriale e traghettare l'esangue e vacua postsinistra verso il suo completo e definitivo disfacimento.
Due avvenimenti fanno da cornice alla promozione sul campo guadagnata dal lupetto qualche giorno fa: l'annunciata uscita di scena del Cavaliere, tempestivamente rientrata, e il risultato disastroso delle elezioni siciliane. Che di disastro si tratti non c'è dubbio. Crocetta ha vinto grazie all'accordo con i centristi dell'UDC, ad un'astensionismo da record e all'arretramento del PDL. Parlare di vittoria in questo contesto è davvero sconcertante.
Mentre quindi una crisi economica e sociale di dimensioni epocali  dovrebbe spingere a considerazioni ponderate e approfondite e imporre soluzioni radicali, il giovane Renzi si distingue per la sua superficialità e per l'esibita pochezza politica. Vorrebbe innestare nel sistema politico italiano un modello distorto di partecipazione, imperniato sulla competizione tra due  soggetti che condividono le regole di fondo del capitalismo e non sono disposti ad analisi troppo rigorose, contrappone i giovani ai vecchi, aderisce senza riserve al marchionnismo, schierandosi apertamente e senza tentennamenti dalla parte dei padroni, che naturalmente lo ricompensano, accreditandolo quale possibile rappresentante dei loro interessi.

domenica 28 ottobre 2012

Una rima per la Fornero


A marzo scorso, nel corso di un corteo una signora di mezza età esibì una t-shirt con  su scritto "Fornero al cimitero". Ne seguirono un mare di polemiche, non tanto per il messaggio iettatorio quanto perché l'anonima manifestante scambiava due chiacchiere con Oliviero Diliberto.
Elsa Fornero in effetti non fa proprio niente per risultare simpatica e forse non gli importa più di tanto: non deve rendere conto a nessuno se non all'Europa e ai mercati finanziari. A giugno ha affermato che il lavoro non è un diritto e bisogna conquistarselo. Qualche giorno fa ha invitato i giovani a non essere troppo esigenti nella scelta del primo impiego: 
Non devono essere troppo choosy nella scelta del posto di lavoro. Lo dico sempre ai miei studenti: è meglio prendere la prima offerta di lavoro che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno, non si può più aspettare il posto di lavoro ideale, bisogna mettersi in gioco. 
Poi ha aggiunto che sarebbe andata avanti, senza farsi intimorire. Intanto però, per evitare altre contestazioni, ha abbandonato il convegno.
Ha dimenticato che adesso fa il ministro, e chi fa politica deve accettare anche i fischi specie quando si usa il proprio scranno per dare profferire sentenze intempestive, e la sua platea non è formata dagli studenti dell'Università di Torino, i quali peraltro non sono un campione rappresentativo del mondo giovanile. 
Vi sarebbe un altro argomento spendibile per togliere in radice credibilità alle sentenze della Fornero: nata a San Carlo Canavese, ha insegnato a Torino, a due passi da casa, in barba al consiglio di lasciare presto la famiglia per andare a cercare fortuna altrove. 
Per cui il Ministro, una donna che  io annovero tra i privilegiati che non hanno un'idea neppur vaga di cosa significhi lavorare, accetti almeno le contestazioni pubbliche, in attesa che si tolga di mezzo e torni ad essere un oscuro professore all'Università di Torino. 



giovedì 25 ottobre 2012

Perché non sono un liberale


Democrazia e libertà spesso sono ricordate in forma endiadica, ma si tratta di un travisamento. La democrazia è infatti un metodo per la formazione della norma, che nulla ci dice circa il contenuto della norma stessa, la quale può essere anche illiberale. Una maggioranza, infatti, attraverso i suoi organi rappresentativi, potrebbe decidere di conculcare alcune o tutte le libertà. Questa precisazione, tuttavia, vale soltanto in via concettuale poiché l'esperienza storica ci suggerisce che le libertà - di pensiero, di religione, di associazione -  trovano terreno fertile laddove vi sia un governo che risponde, direttamente o indirettamente, al corpo elettorale, che trova la sua legittimazione nel consenso che viene dal basso. 
Locke, che può essere considerato un precursore del liberalismo, sostenne l'esistenza di un nucleo inviolabile di diritti, che affondano le loro radici nello jus naturae: vita, libertà e proprietà. Eppure la pretesa lockiana, pur apparentemente così limpida e categorica, ha offerto il destro alle confutazioni che ne sono seguite, specie da parte socialista. È il terzo termine della triade a suscitare le critiche più aspre. Se Proudhon definiva drasticamente la proprietà come un furto, sarà poi Marx a riconoscere che i diritti che i liberali consideravano universali, tra cui frettolosamente si fa rientrare la proprietà, rispondevano alle esigenze della borghesia in un particolare momento storico. La repressione brutale del movimento operaio, del sindacalismo e dell'associazionismo, perpetrati nel corso del lungo Ottocento suona come una conferma della polivalenza, e diciamo pure dell'ambiguità, del termine libertà, e dei fraintendimenti a cui da luogo se associato alla proprietà
I Combination Acts, varati tra il 1799 e il 1800 dal parlamento inglese, vietando e punendo con il carcere lo sciopero e la costituzione di associazioni operaie, rendono evidente la contraddizione fondamentale del liberalismo classico: la libertà economica per potersi esplicare pienamente richiede un duro intervento da parte dello stato-gendarme proprio per contenere il malcontento delle masse lavoratrici ed evitare che la protesta prenda forma politica, che si incanali verso sbocchi rivoluzionari.
Tutto il secolo diciannovesimo, ben prima che il marxismo virasse verso gli esisti del leninismo, è stato dominato dalla paura del socialismo. Lo stato, santificato da Hegel, assunse il ruolo di energico tutore dell'ordine sociale costituito, al punto che le istituzioni statali finiscono per identificarsi con quelle della stessa borghesia.
In questo contesto sono nati e si sono sviluppati tanto il socialismo che i movimenti anarchici: rifiuto del modo di produzione capitalistico e prospettiva di una società senza stato finiscono fatalmente per confondersi nell'utopia antigerarchica ed egualitaria.
Le cose cambiano nel Novecento. Il diritto di voto, cioè la partecipazione di tutti alle decisioni che riguardano tutti, si sgancia dai criteri censitari così cari alla borghesia e si estende a tutti i cittadini adulti. Nel corso del ventesimo secolo la classe lavoratrice compie dei clamorosi passi in avanti in tutto l'Occidente. Lo stato interviene nel gioco economico, abbandonando la  finzione di un mercato in grado di autoregolarsi. La nascita del welfare e la conseguente crescita della spesa pubblica determinano un rovesciamento delle parti in relazione alla concezione dello stato: se questo per tutto l'Ottocento e per buona parte del Novecento era il custode dell' ordine sociale costituito, un ordine nient'affatto naturale, nel secondo dopoguerra lo stato viene visto con ostilità crescente proprio a causa del suo interventismo in materia economica e del correlato prelievo fiscale, fino alle formulazioni estreme, ma coerenti dati i presupposti di partenza, dell'anarcocapitalismo. Negli anni Sessanta Murray Newton Rothbard giunge a perorare la causa di una società priva di tassazione e propone l'instaurazione di un ordine interamente basato sulla proprietà privata e sul libero mercato.
Per evitare che si faccia confusione attorno alla parola libertà e sottrarla agli equivoci cui si presta è opportuno specificare a quale libertà ci si riferisce di volta in volta. Non è quindi fuori luogo riproporre la distinzione operata da Croce tra liberismo e liberalismo: 
Il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico, col quale ha avuto bensì concomitanza […], ma sempre in guisa provvisoria e contingente, senza attribuire alla massima lasciar fare e lasciar passare altro valore che empirico, come valida in certe circostanze e non valida in circostanze diverse.
E ancora, ben più esplicitamente:
la difficoltà si scioglie col riconoscere il primato non all’ economico liberismo ma all' etico liberalismo, il   quale […] si muove sì nella stessa linea del liberismo […], ma non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’ accumulamento dei mezzi a tal fine.
Il liberismo, quindi, non va confuso con il liberalismo. I due concetti, anzi, devono essere tenuti ben distinti: il primo si riferisce alla libertà economica mentre il secondo ha un significato più marcatamente politico e va ad identificare quei sistemi di governo in cui trovano spazio la divisione dei poteri, la proceduralizzazione delle decisione pubbliche, l'assenza di coercizione e il libero confronto tra orientamenti culturali differenti. 


venerdì 14 settembre 2012

Etymologiae

Privatus, etimologicamente, significa tolto, sottratto a qualcuno e assegnato a qualcun altro. Per cui, privatizzare vuol dire togliere, privare qualcuno di qualcosa. Molti perdono qualcosa, un servizio ad esempio, e pochi o uno solo guadagnano, rivendendo ciò che prima i cittadini potevano avere gratuitamente o a prezzo politico.
Abbiamo avuto accesso alla scuola e alla sanità pubbliche. Se non ci possiamo permettere di pagare il medico perché non abbiamo denaro  la mutua provvede per noi. La prestazione medica, mediante la quale si esplica il fondamentale diritto alla salute, non dovrebbe essere  oggetto di contrattazione. Libertà di cura quindi non significa soltanto scegliersi il medico, o avere voce in capitolo circa questo o quel trattamento sanitario. Significa, in maniera ben più pregnante e conformemente all'articolo 32 della Costituzione, avere accesso gratuito alla sanità. E, dal momento che il personale, le strutture sanitarie e i farmaci hanno un costo, è lo Stato che vi provvede attraverso il denaro frutto del prelievo fiscale, improntato nel nostro ordinamento al criterio di progressività di cui al secondo comma dell'articolo 53. Delle due l'una: o si accetta il principio  paga o creppa oppure si sopporta l'imposizione fiscale, finanziando una serie di servizi di cui potenzialmente si potrebbe non usufruire. Discorso analogo può essere fatto per l'istruzione, gratuita e obbligatoria ai sensi dell'articolo 34.
Si obietta in genere che il privato è più efficiente del pubblico. La cosa può anche avere un fondamento ma questo non è un buon motivo per eliminare la sanità pubblica, o la scuola o la previdenza. Ciò che non funziona non va soppresso ma messo in condizione di funzionare.
Poniamo, in ipotesi tutt'altro che peregrina, che venga cancellato il sistema sanitario nazionale. I pazienti saranno costretti a reperire nel mercato le cure di cui necessitano; i medici, in concorrenza fra loro, offriranno i loro servizi, cercando di intercettare gli orientamenti della clientela. Domanda e offerta si incontreranno liberamente sul mercato. Più è grave il male da cui si è afflitti e più si è disposti a pagare. Gli oncologi faranno denaro a palate perché, logica conseguenza di un mercato che non tollera interferenze, sarà abolito l'ordine dei medici e quindi non vi sarà limite alla rapacità umana, non disposta a fermarsi neppure davanti al letto di un moribondo. Il medico si muoverà come un qualsiasi imprenditore, cercando di massimizzare il proprio utile. I ricchi - che saranno sempre più ricchi perché la privatizzazione della sanità determinerà un significativo alleggerimento della pressione fiscale - potranno avere prestazioni sanitarie di primo livello, i meno ricchi dovranno accontentarsi di cure dignitose e così via fino ad arrivare ai nullatenenti, che spereranno solo nel buon cuore del prossimo. Nulla di rivoluzionario in questo. In Italia solo nel tardo Ottocento i pubblici poteri iniziano ad occuparsi della salute dei sudditi; bisognerà attendere il 1946 per sancire la costituzionalizzazione dei diritti sociali, fra cui rientra naturalmente quello alla salute. 
Poiché è all'America che guardano i liberisti, le destre e buona parte della sinistra, sarà appena il caso di ricordare che Obama rischia di non essere riconfermato alla Casa Bianca proprio perché la sua riforma sanitaria, che gli ha fatto guadagnare l'accusa temeraria di socialismo, si è scontrata con gli interessi colossali delle compagnie assicurative.
Peter Sloterdijk in La mano che prende la mano che dà ha ipotizzato la trasformazione del prelievo fiscale da atto coercitivo in gesto donativo che le classi agiate compiranno volontariamente a favore dei settori più svantaggiati della società. In questo modo, da una parte si ridurrebbe la pressione fiscale fino ad estinguersi, dall'altra si favorirebbe il processo di emancipazione dell'individuo nei confronti dello Stato. 
La proposta di Sloterdijk comporta l'estinzione del welfare state, direi anzi che a questo mira, ed è sufficiente una lettura in buona fede per comprendere l'assetto di interessi sotteso all'etica del dono.
Non possiamo escludere che sul lunghissimo periodo un sistema di volontarie interazioni possa raggiungere un livello ottimale di efficienza, generando benessere diffuso e innalzando le condizioni materiali di esistenza di quei soggetti che oggi devono ricorrere alla mano pubblica per ottenere quei beni e servizi che non possono reperire sul libero mercato. In quest'ottica è quindi ragionevole che i meno abbienti possano essere oggi privati di un'utilità per  riaverla dopodomani maggiorata degli interessi. 
Sarò pure in mala fede, ma ho il sospetto che la solidarietà intergenerazionale sia una patetica foglia di fico.  
La smania delle privatizzazioni e il radicalismo antifiscale, anche quando condotti in nome della libertà e contro lo stato elefantiaco e grassatore, sono  il cavallo di battaglia della borghesia transnazionale. La sinistra chiede soltanto che sulla questione di classe si prenda posizione esplicita, senza trincerarsi dietro la parola libertà. Non ci vuole poi così tanto: è sufficiente chiamare le cose con il loro nome.

giovedì 6 settembre 2012

Fermare il Giannino

Diffidate di chi vuole andare oltre la destra e la sinistra. Guardatevi da chi predica che destra e sinistra sono uguali. State attenti a all'obbiettività e  ai salvatori della patria che dicono di volere solo il bene del paese, superando gli steccati e le contrapposizioni ideologiche.  E tenetevi lontano da chi scopre la politica in tarda età e decide di dare il proprio contributo alla rinascita del paese.
Dietro l' ostentato superamento dei concetti di destra e sinistra, si cela la peggiore politica di destra che si possa immaginare. 
In tempi di crisi economica come quello che stiamo attraversando è facile che si facciano avanti personaggi fantasiosi e folcloristici ed è statisticamente probabile che la classe dominante cerchi di riciclarsi impadronendosi delle parole d'ordine proprie dell'antipolitica. 
Anche oggi, conformemente alla tradizione, l'Italia può esibire i suoi aspiranti statisti, tra cui si possono menzionare Emilio Fede, distintosi nell'ultimo ventennio per il suo smodato servilismo, Giulio Tremonti, più volte ministro durante l'era Berlusconi, che non esclude di fondare un partito tutto suo, Beppe Grillo, che col suo Movimento Cinque Stelle ha ottenuto preoccupanti risultati alle amministrative del 2011 del 2012.
Paradossalmente la crisi del sistema partitico sta determinando il moltiplicarsi di partiti e partitini, ciascuno con la sua ricetta infallibile per salvare la  nazione dal dissesto.
Fra le proposte politiche merita qualche attenzione particolare il manifesto fermare il declino, a metà strada tra pensatoio e partito politico. I firmatari articolano il loro appello in dieci proposteÈ sufficiente una lettura neanche troppo approfondita per comprendere che si tratta di un progetto politico di chiara impronta liberista. Liberalizzazioni, concorrenza, competitività, meritocrazia, privatizzazioni, taglio della spesa pubblica: queste, in sintesi estrema, le parole d'ordine dei fermadeclinisti. Leggendo il documento che accompagna la nascita del movimento parrebbe che il mondo venga fuori da da una serie di piani quinquennali e non da un trentennio abbondante di politiche liberiste, di cui, al più, può costituire un tentativo legittimazione in corso d'opera. 
Non è necessario molto acume politico per comprendere a chi giovi la svolta mercatista in atto. Scorriamo l'elenco dei promotori iniziali: nessuno di essi ha agganci con il movimento dei lavoratori, col socialismo e neppure con la più tenue socialdemocrazia. La professione che ricorre maggiormente tra gli aderenti è quella di imprenditore. Un altro mondo, totalmente altro a quello del lavoro a cui è anzi strutturalmente contrapposto.
Fermare il declino, quindi, è latore di una precisa proposta politica, perfettamente legittima naturalmente, una proposta marcatamente di destra tuttavia, che ha i suoi ceti di riferimento e il suo retroterra culturale. Come tale il movimento deve essere preso in considerazione e, per quanto è nelle nostre forze, fermato.

martedì 21 agosto 2012

Proustianamente...

Come tutti i marxisti sono disorientato, privo di un lessico e di un'iconografia di riferimento. Negli ultimi anni abbiamo visto la lotta di classe assumere forme totalmente inconsuete; ci siamo quasi abituati a vedere operai inerpicarsi sulle ciminiere e occupare isole deserte, medici specializzandi visitare gratis i passanti e insegnanti intraprendere  lo sciopero della fame per protesta contro i taglia alla scuola. Gli scioperi e le grandi manifestazioni di piazza non bucano più lo schermo. Sono fuori moda, non hanno appeal, souvenir del Novecento antiquati e incomprensibili come il sistema concettuale della sinistra radicale, come le spilline dell'Armata Rossa in svendita nei mercatini.  Molto meglio incatenarsi alla fabbrica in dismissione o percorrere la Sardegna a piedi: qualcuno prima o poi si accorgerà di te e se sei fotogenico forse riuscirai a farti intervistare dalla televisione locale.
L'ultimo trentennio si è caratterizzato per una straordinaria controffensiva della borghesia, che ha riguadagnato quasi tutto il terreno perduto nel secondo dopoguerra. La sua vittoria più importante è stata la negazione del conflitto e delle stesse classi sociali. Se solo l'individuo esiste, pensa e agisce, allora non ha senso neppure parlare di rivendicazioni collettive; al più si possono riconoscere istanze settoriali, a patto comunque di non ricondurle allo schema antagonistico capitale contro lavoro.
Alcuni giorni fa a Marikana, in Sudafrica, nel corso di una manifestazione operaia indetta per chiedere un aumento salariale sono stai uccisi 34 minatori. La polizia apre il fuoco per difendersi dai manifestanti armati di bastoni e machete.
I conti tornano: una manifestazione di piazza determinata da condizioni di sfruttamento disumane, i lacrimogeni, gli spari, i morti. Bisogna tornare ai primi anni del secolo passato per ricordare una sequenza di eventi così disastrosa nei suoi esiti. Anche il motivo della protesta è quello più tradizionale, una rivendicazione salariale; i protagonisti dei fatti sono minatori, una categoria sempre più ignota alle cronache, giornalisticamente poco interessante. Il luogo, il Sud del Sud del Mondo, ha una portata simbolica enorme.
I fatti di Marikana, proustianamente, ci riportano all'infanzia del movimento operaio, quando le dinamiche tra classi sociali erano definite dall'insopprimibile conflitto fra capitale e lavoro. E forse è proprio dalla nostra infanzia che bisogna ripartire per trovare un linguaggio condiviso a quella sinistra che si ostina a non accettare questo mondo come il migliore dei mondi possibili.  

martedì 14 agosto 2012

Attenti a quei due

Proprio mentre apprendo che la spending review decurterà i tribunali sardi di ben sette sezioni staccate, mi imbatto nell'editoriale di Alesina e Giavazzi, I compromessi che non servono. Il pulpito è sempre lo stesso, le colonne del Corriere della Sera; il linguaggio è semplice e i toni ultimativi; il contenuto non riserva nessuna sorpresa e si risolve in un'intimazione a perseverare nei tagli alla spesa pubblica, intimazione rivolta non a Monti, che se la cava benissimo anche senza i sermoni del Corrierone, ma ai partiti che sostengono il suo governo, caso mai dovessero avere una crisi di coscienza o magari ricordarsi che il prossimo anno si va ad elezioni politiche.
Ad urtare non è tanto la linea politica di Giavazzi e Alesina, quanto la pretesa oggettività dei loro assunti, il tono saccente e professorale di chi ha capito tutto e vuole dispensare le sue conoscenze al popolo bue che invece non capisce niente. 
Esiste un serio problema di debito pubblico e di economia che non cresce. Ma davvero? Pensavamo di essere in pieno boom economico. La ricetta per far ripartire l'economia è naturalmente una sola, senza spazio per la mediazione politica: taglio della spesa pubblica. Dal momento che i soloni di via Solferino non sono disposti a mettere in discussione le grandi opere, costose e inutili, né le commesse militari, sembra di capire che si debba continuare ad infierire con diabolica perseveranza su scuola, sanità, previdenza, giustizia. Giavazzi e Alesina riconoscono che il governo Monti ha già fatto tanto ma ancora non basta. Siamo ad un bivio. I compromessi gradualisti non bastano più. L'Italia si può ancora salvare dal default solo con privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro, seppellimento dello stato sociale.
Chi invoca sacrifici in nome di un non meglio precisato radioso domani pretende, anzi sa, che non pagherà in prima persona. Posizione di comodo quella di chi vuol presentare il conto agli altri. Se gli altri sono quelli che hanno meno perché hanno già dato, allora un simile atteggiamento è anche censurabile sotto il profilo etico-politico. 
Giavazzi e Alesina fanno appello agli interessi dei nostri figli. Ovviamente è lecito domandarsi quale estensione abbia l'aggettivo possessivo nostri. Dubito fortemente che gli interessi dei loro figli coincidano alla perfezione con gli interessi dei nostri figli. In ogni caso facciamo finta di fidarci. Quando si lagneranno perché dovranno alzarsi un'ora prima degli altri per andare a scuola, perché se si ammalano son cavoli loro, perché hanno le scarpe sempre più consumate, perché ci sono meno soldi a casa, perché babbo è stato esodato, allora proveremo a spiegare che adesso fa un male cane ma è tutto per il loro bene.  

martedì 7 agosto 2012

Hoppe e la democrazia

Forte delle osservazioni di Pierre Bayard, di cui sono venuto a conoscenza in maniera indiretta, provo a fare qualche considerazione sul libro di Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito (Liberilibri, 2008), dopo averne letto la recensione su libertarianation
Allievo di Murray Rothbard, Hans Mermann Hoppe è un esponente di primo piano della galassia libertarian.  
In Democrazia: il dio che ha fallito mette a confronto due sistemi di governo, la monarchia ereditaria e la democrazia, manifestando le proprie preferenze per la prima, pur considerandola in ogni caso imperfetta. Gli argomenti addotti da Hoppe sono principalmente due, la maggior efficienza della monarchia e un più marcato rispetto per la proprietà privata. Tanto la monarchia quanto la democrazia, questa la tesi fondamentale che si sostiene nel libro, sono parassitarie, tuttavia il monarca ha tutto l'interesse a limitare lo sfruttamento dei sudditi: Il proprietario di un governo privato cercherà inevitabilmente di massimizzare la sua ricchezza totale; per esempio il valore attuale della sua proprietà e dei suoi profitti attuali. […] là dove niente è stato prima prodotto, niente può essere espropriato; e dove tutto è espropriato, tutta la futura produzione arriverà alla sua fine. Come risultato di questo il proprietario di un governo privato eviterà di sfruttare i suoi sudditi così pesantemente, per esempio riducendo i suoi potenziali guadagni futuri a tal punto che il suo attuale valore della sua proprietà possa davvero crollare. Invece, per poter preservare o possibilmente aumentare il valore della sua proprietà personale si tratterrà sistematicamente da politiche di sfruttamento. Perché più basso è lo sfruttamento più produttiva sarà la popolazione di sudditi e più produttiva la popolazione più alto sarà il valore del monopolio di espropriazione del padrone. Utilizzerà il suo privilegio monopolistico, ovviamente. Lui sfrutterà. Ma come il proprietario del governo privato è nel suo interesse prelevare parassiticamente sulla crescente produttività della prosperosa economia non governativa perché questo aumenterà senza alcuna fatica la sua ricchezza e prosperità. […]

Il custode provvisorio di un governo, al contrario, cercherà di massimizzare non la ricchezza totale del governo ma il profitto attuale. Infatti anche se il custode vorrebbe in maniera diversa non potrebbe. Invece di mantenere la proprietà del governo, come un proprietario privato farebbe, un custode provvisorio del governo userà velocemente più risorse del governo che può, perché per ciò che non consuma adesso, non riuscirà mai a consumare in futuro. […] Per un custode, al contrario di un proprietario privato, la moderazione ha solo svantaggi e nessun vantaggio.”

La monarchia sarebbe meglio della democrazia in quanto il monarca, proprietario dello stato che sarà trasmesso in eredità, ha tutto l'interesse a conservare i fattori produttivi, contenendo ad esempio il prelievo fiscale. Il semplice amministratore, al contrario, tenderà ad incrementare i profitti attuali senza curarsi troppo del futuro, del tempo cioè in cui sarà cessato dalla carica. Tutto questo sul presupposto, evidentemente da dimostrare, che il sovrano - proprietario faccia sempre scelte tecnicamente corrette sotto il profilo finanziario. 

Se pure la monarchia dovesse essere più efficiente della democrazia, ciò non sarebbe di per se bastante per ritenere che essa sia il meno peggio tra tutti i sistemi di governo. L'efficienza, da sola, non basta. Il nazionalsocialismo fu efficientissimo. Funzionava alla perfezione. Schiere di funzionari competenti e ligi al dovere hanno condotto al forno sei milioni di esseri umani. La schiavitù è il più efficiente tra i modi di produzione, e lo è proprio perché uno solo decide per molti, contro la loro volontà e il loro interesse, badando in maniera esclusiva al proprio utile.

Il recensore conclude affermando che Forse la crisi che stiamo sperimentando è il risultato di un ciclo naturale di questo sistema e poi, in maniera perentoria, quello che Hoppe e la logica ci dicono è che forse il debito pubblico è una caratteristica squisitamente intrinseca della democrazia e che quest’ultima è destinata a fallire o a trasformarsi in qualcos'altro.

Il libro di Hoppe ci induce a riflettere sullo stato di salute delle democrazie moderne.  Considerare la democrazia rappresentativa come la causa della crisi economica che sta attanagliando la parte più sazia dell'umanità è nient'altro che un misero espediente demagogico che serve a dare una parvenza di legittimità etico-politica alle teorie economiche del pensiero unico dominante.



mercoledì 11 luglio 2012

Il crepuscolo dell'economia

<<Indubbiamente viviamo ancora i tempi dell'apoteosi dell'era economica. Postmodernità per alcuni, e più precisamente ipermodernità, sovramodernità o tarda modernità per la maggior parte degli analisti. Non siamo più nell'età dei Lumi, ma essenzialmente continuiamo a essere immersi nello stesso universo di senso. Il sistema capitalistico è sempre lì, e ben solido. Il mondo moderno che, a quanto Marx ci diceva, si stava annunciando come una immensa accumulazione di merci, è presente più che mai, con i suoi corollari del mercato e della moneta. Occupa di fatto l'intero pianeta. La lotta di classe è finita ed è il capitale ad averla vinta. Ha arraffato praticamente tutta la posta e abbiamo assistito impotenti, o indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo l'acme della onnimercificazione del mondo. L'economia non solo si è emancipata dalla politica  e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. E lo stesso vale per la sfera della rappresentazione. Un pensiero unico monopolizza lo spazio della creatività e colonizza le menti. La razionalità trionfa dappertutto e il calcolo costi - benefici si insinua negli angoli più reconditi dell'immaginario, mentre i rapporti mercantili si impadroniscono della vita privata e dell'intimità>>
(Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, 2010)

domenica 8 luglio 2012

Impresa e lavoro nella Costituzione

Chi volesse farsi un'idea del livello di manifesta insofferenza che suscita la Costituzione italiana presso gli ambienti libertarian può dare uno sguardo al post pubblicato qualche giorno fa su libertarianation. L'analisi che vi si conduce relativamente alla genesi della nostra carta fondamentale è sostanzialmente condivisibile, almeno nelle sue linee essenziali.
É fuor di discussione, infatti, che la Costituzione sia frutto di un compromesso fra le forze politiche antifasciste: comunisti e democristiani in primo luogo ma anche liberali e azionisti. Nessuno dei contendenti, da solo, conclusa la Resistenza, era risultato egemone. Il compromesso storico, quindi, è stato una necessità, prima ancora che una scelta dettata dalla volontà di non far precipitare il paese in una nuova guerra civile.
Si omette di precisare che i partiti dell'arco costituzionale erano l'espressione di istanze sociali differenti. Comprensibilmente direi, perché tutti gli argomenti spendibili dal pensiero liberale, comunque denominato e in tutte le sue declinazioni, riescono ad essere plausibili solo se si considerano gli esseri umani sempre e comunque liberi, indipendentemente da quella forma di schiavitù costituita dall'indigenza. Il principio di realtà ci impone di distinguere i desideri dalla realtà. Per cui non basta dichiarare pomposamente che gli essere umani sono liberi, se permangono quelle condizioni materiali di esistenza che, di fatto, limitano l'esplicarsi della libertà.
Il contratto, il libero incontro tra la libera volontà fra due soggetti, sarebbe la massima espressione della libertà economica. La logica conseguenza è che si dovrebbero limitare al massimo i vincoli esterni posti a tutela del contraente che si considera più debole.
La Costituzione, all'articolo 41, riconosce la libertà di iniziativa economica, ponendovi però dei limiti negativi(non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana) e positivi(deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali).
Con il titolo terzo della prima parte, dedicato ai rapporti economici, la Costituzione ha qualificato l'Italia come stato sociale di diritto. I diritti quindi non sono astrattamente riconosciuti, ma anche tutelati e promossi, ciò che implica un obbligo di intervento a carico dei pubblici poteri.
Il costituente, nel sancire la tutela della salute (art.32 Cost) ha avuto premura di precisare che la repubblica garantisce cure agli indigenti. Essendo l'integrità psicofisica un diritto di tutti - chi lo nega si faccia avanti - si deve, di conseguenza, prevedere un sistema sanitario che eroghi le prestazioni indispensabili. Analoghe considerazioni si possono fare per la previdenza (art.38) e l'istruzione(art.34).
Nell'ambito del titolo terzo un posto di particolare importanza ricopre l'articolo 36:
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso necessario e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Il liberista sarà portato a domandarsi per quale motivo la legge, in questo caso la legge posta al massimo livello nella gerarchia delle fonti, debba limitare la libera volontà delle parti. Domanda retorica e risposta scontata. Evidentemente si deve richiamare un principio reperibile nell'introduzione a qualsiasi manuale di diritto del lavoro, e che il nostro costituente ha incorporato nella costituzione: poiché lavoratore e imprenditore non hanno la stessa forza contrattuale si deve prevedere una legislazione di favore nei confronti del soggetto più debole. 
Il legislatore si limita a prendere atto della sproporzione che esiste fra chi dispone del capitale e chi può contare sulla propria forza lavoro. In altri termini il lavoratore non è tanto libero quanto l'imprenditore: solo il primo è pressato dalla necessità di far fronte al proprio sostentamento, e può provvedervi offrendo le proprie prestazioni; solamente il secondo può dire se non ti piace vai da un'altra parte.
Si tratta di un atteggiamento ideologico. Lo sarebbe ugualmente stato nel caso contrario. Il lassez faire, proprio delle politiche liberiste, si traduce comunque in un vantaggio per uno dei due poli dialettici del conflitto di classe.
Sarebbe sufficiente un'interpretazione stringente dell'articolo 36, col suo riferimento all'esistenza libera e dignitosa che deve essere garantita al lavoratore, per mettere in discussione la costituzionalità di molti aspetti del pacchetto Treu, della legge Biagi e della recente (contro)riforma Fornero.

venerdì 29 giugno 2012

Invito alla lettura/1

I sindacati sono una palla al piede dell'economia; l'Italia affonda per colpa dei pensionati rapaci e dei pubblici dipendenti sfaccendati; i diritti del lavoro sono un fastidioso avanzo del secolo breve: ecco un piccolo saggio delle menzogne quotidiane che, ripetute e strombazzate, rischiano di diventare delle verità. 
Tra i luoghi comuni propagandati in maniera scomposta dai giornali di tutto lo schieramento politico, fa eccezione soltanto il manifesto, uno occupa un posto particolare: l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è uno dei corresponsabili del disastro occupazionale in cui versa l'Italia.
Ho letto con particolare piacere il libro di Luigi Cavallaro, A cosa serve l'articolo 18(manifestolibri, 2012), che smonta in maniera sistematica, dati alla mano, gli equivoci che si sono accumulati su questa norma. In primo luogo la norma si applica soltanto alle aziende con più di quindici dipendenti, una parte esigua del panorama produttivo. Si dice, di conseguenza, che le aziende non assumono perché, in assenza di flessibilità, gli imprenditori si troverebbero le mani legate. In poche parole, non assumono perché non possono licenziare. Eppure i dati dimostrano che la strozzatura  si attesta poco prima dei venti dipendenti, oltre quindi la soglia prevista dalla legge per poter procedere al reintegro in caso di licenziamento discriminatorio. Solo una parte esigua delle controversie di lavoro riguarda l'articolo 18, e circa il 60% di queste si conclude con esito favorevole al lavoratore.
Per quanto il libro sia stato dato alle stampe prima che la riforma Fornero desse il colpo di grazia ai diritti del lavoro, vale la pena leggerlo con attenzione, poiché gli argomenti prodotti dall'autore mantengono tutta la loro validità. Cavallaro, vale la pena ricordarlo, è un magistrato, quindi conosce la materia da tecnico.
Le riforme che hanno interessato il diritto del lavoro a partire dalla metà degli anni '60, questa la tesi di fondo, sono state nient'altro che il tentativo di adeguare il tessuto normativo al dettato costituzionale. In questa prospettiva la legge 300 del 1970 rappresenta senza dubbio un punto di arrivo, la proclamazione del lavoro come diritto sociale di cittadinanza.






martedì 26 giugno 2012

Meritocrazia e delazione

Non amo i meritocrati: trovo le loro argomentazioni piuttosto noiose e credo che questo senso di fastidio sia reciproco; coltivo un atavico e prudente culto dell'omertà.
Per cui si può comprendere il senso di fastidio che ho provato quando ho letto il post di Michele Boldrin su noisefromamerika: la congiunta esaltazione della meritocrazia e della delazione è una mistura che difficilmente riesco ad assimilare. L'autore riferisce che, anni orsono, suo figlio fu severamente redarguito dalla maestra per aver fatto la spia.
Tralasciamo i dubbi che ho già espresso in altra occasione e facciamo finta che la meritocrazia, quel sistema cioè che premia i più bravi assegnando loro la fetta più grande della torta, sia intrinsecamente idonea a massimizzare l'efficienza. Concediamo quindi che gli argomenti prodotti dai meritocrati siano convincenti. Ciò premesso, è lecito domandarsi se il ricorso alla delazione sia uno strumento in grado di far emergere i meritevoli. Sono convinto che le cose vadano esattamente nella direzione opposta. Fare la spia consente di saltare le tappe, evitando la noia di una competizione estenuante; è un mezzuccio da furbi e la furbizia è un passabile surrogato dell'intelligenza. Permette di attaccare il proprio avversario in maniera subdola, senza doverlo affrontare frontalmente. Se posso mettere fuori gioco il mio rivale, che so essere molto più bravo di me, ancor prima che inizi la gara, perché dovrei rinunciarvi?
È appena il caso di ricordare che i sistemi totalitari si fondano anche sul ricorso sistematico alla pratica della delazione, incentivata con la minaccia della dannazione eterna, o, più prosaicamente, con la promessa di un tozzo di pane secco.

lunedì 25 giugno 2012

Senza se e senza ma

Dopo l'ennesima morte di un militare in Afganistan la parte migliore di questo paese ha il preciso obbligo morale e politico di chiedere al Parlamento  il ritiro immediato del contingente italiano.
Che non si tratti di missione di pace volta ad esportare la democrazia è una verità tanto ovvia quanto taciuta.
Eppure ritengo che Emanuele Braj non sia morto invano. Anzi, il suo sacrificio è utilissimo. Giova indubbiamente ad una classe politica priva di legittimazione e alle prese con uno sconcertante calo di popolarità. Un nemico esterno, che per di più assume agli occhi dell'opinione pubblica il volto truce del terrorista, ricompatta la nazione attorno alla sua classe dirigente.
E serve, niente di nuovo neppure in questo, alla sempre fiorente industria bellica, che continuerà a fare profitti finché ci saranno nemici da annientare e tiranni da abbattere. 

venerdì 15 giugno 2012

La scuola di Calamandrei

Quando sono in crisi vocazionale, accade fisiologicamente spesso nel mio mestiere, vado a rileggere il Discorso in difesa della scuola pubblica, tenuto da Piero Calamandrei nel febbraio 1950, in occasione del III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale:


 Cari colleghi, Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po' vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c'è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].
La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].
La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l'art. 34, in cui è detto: "La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Questo è l'articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com'è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l'accento su quel comma dell'art. 33 della Costituzione che dice così: "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Dunque, per questo comma [...] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].
Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell'art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].
Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell'articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c'erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l'espressione, "più ottime" le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: (1) ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest'ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l'operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c'è un'altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la "frode alla legge", che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l'idea dell'assegno familiare, dell'assegno familiare scolastico.
Il ministro dell'Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a "stimolare" al massimo le spese non statali per l'insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].
Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].
Poi, nella riforma, c'è la questione della parità. L'art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: "La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali" [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].
Però questa riforma mi dà l'impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c'era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c'è il cacciatore con il fucile spianato. la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell'avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c'è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l'onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l'idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c'erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l'italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c'è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d'Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell'avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.


Profetico allora e di sconcertante attualità oggi. 
Nella prospettiva di Calamandrei la scuola doveva essere assimilata ad un organo costituzionale. La scuola, dunque, sarebbe dovuta essere lo strumento privilegiato attraverso cui realizzare i principi sanciti nella costituzione repubblicana, un serbatoio di pensiero critico, un baluardo eretto a difesa della libertà così a caro prezzo conquistata. 
Non è un caso, evidentemente, che sui giornali un giorno si e l'altro pure si leggano interventi che auspicano generiche riforme che, in pratica, si traducono poi in tagli indiscriminati alla scuola pubblica. Anche questo fa parte di un disegno politico ben preciso. Si getta discredito sulla scuola per colpirla ulteriormente. Si dice di voler premiare il merito e si costringono gli insegnanti a lavorare in condizioni disastrose per poter loro addebitare la responsabilità dei risultati disastrosi dei loro alunni.
Tanti anni fa, facevo la terza media, di fronte alla mia contrarietà circa l'ipotesi di innalzamento dell'obbligo scolastico, la professoressa mi ammonì in questo modo: "I potenti, caro Barmina, hanno tutto l'interesse a che tu non vada a scuola perché hanno compreso che il tuo sapere può mettere in pericolo i loro privilegi".



Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...