sabato 24 dicembre 2011

Lo schiavo e lo sciacallo

Francesco Pinna aveva vent’anni, studiava ingegneria a Trieste e qui è morto, mentre allestiva il palco per il concerto di Jovanotti. Non uno schiavo del rock, come impropriamente è stato detto, ma un caduto  sul lavoro, una delle oltre 1100 vittime del profitto in questo 2011.
Massimo Gramellini nel suo “Buongiorno” su La Stampa del 23 dicembre si scaglia contro “quell’impasto d’invidia, spirito di clan  e volontà di denigrare il prossimo che ciascuno sperimenta in ufficio, in famiglia, sui social network” . “Francesco – prosegue Gramellini – aveva tutto per offrire un messaggio ricostituente a questo paese intorpidito dal rancore. Era un ventenne lontano dagli stereotipi del figlio di papà. Uno che studiava ingegneria e intanto si guadagnava i primi soldi montando i palchi dei concerti per una cooperativa che gli dava 13 euro e mezzo lordi l’ora, la paga di un giovane laureato. Infine Gramellini contrappone Francesco  ai “precari illusi e sfruttati”, ai “lamentosi, arrabbiati fuori ma arresi dentro, che si limitano a far tintinnare le loro catene”.
Ciò che non si dovrebbe fare, pena l’accusa di sciacallaggio, è tentare di inserire quel singolo episodio, la morte sul lavoro di un ventenne precario, evento giornalisticamente poco interessante, in un contesto un po’ più vasto. Francesco era evidentemente uno dei tanti che accettava un lavoro sottopagato, in condizioni di sicurezza spesso carenti, con contratti che rendono il prestatore prossimo alla condizione del vassallo. Ed è questo che non si dovrebbe dire: che in Italia esistono condizioni di sfruttamento tremende. E se oggi possiamo parlare di Francesco è perché quella sciagura ha avuto una straordinaria cassa di risonanza.
La tragedia di Trieste è sovrapponibile a tante altre che si consumano quotidianamente nel nostro paese. Davvero non è di nessuna utilità additare un morto ad esempio di virtù, poiché questo ragazzo non era moralmente migliore di chi si trova a lavorare, e a morire, nelle sue stesse condizioni, sottoscrivendo contratti  iniqui e vessatori, che avvicinano di molto l’uomo libero alla condizione dello schiavo.

mercoledì 14 dicembre 2011

Il grande talebano

Giorno più giorno meno sono passati dieci anni.
Non ho nessuna nostalgia per il pontificato di Giovanni Paolo II
Karol Wojtyla è stato un pontefice davvero popolare, amatissimo dalle masse per la sua semplicità teologica. Personalmente non ho mai letto niente di interessante né di arguto scritto dal papa polacco. Tutti i suoi documenti si inseriscono perfettamente nel solco della tradizione.
La sua è stata la Chiesa trionfante e barocca, incline però ad accettare anche il paganesimo della devozione popolare, a patto naturalmente di riconoscere la gerarchia ecclesiastica e il primato del successsore di Pietro.
E' stato anche un censore implacabile, condannando senza appello il più tenue dissenso e la diffusa tendenza ad una sorta di protestantesimo interno alla Chiesa, ribadendo sempre la centralità del magistero ufficiale nella ricerca teologica.
Si è battuto contro la ricchezza smodata forse al solo scopo di riproporre un modello arcaico di società.
Sconfitto il comunismo, la Chiesa stessa si è trovata in difficoltà, dal momento che le organizzazioni totalitarie si reggono anche sull'esistenza di un nemico forte ma non imbattibile.
Se leggiamo attentamente i documenti ufficiali del pontificato di Giovanni Paolo II è agevole avvedersi che il suo magistero non si discosta dalla sistemazione teologica di Tammaso d'Aquino. 

domenica 25 settembre 2011

Deserto e monoteismo

Il monoteismo giudaico-cristiano nasce nel deserto. E nasce nomade, sviluppando poi una straordinaria capacità di adattamento ai più diversi climi. E' difficile pensare che non esista una qualche forma di correlazione tra ebraismo e islam, data la contiguità geografica fra i due culti; quella poi tra giudaismo e cristianesimo mi pare un fatto assodato, al punto che possiamo affermare con una certa sicurezza che ciò che chiamiamo cristianesimo altro non dovesse essere, nelle fasi iniziali della sua storia, se non una delle tante correnti che tormentavano il giudaismo di duemila anni fa. Paolo, non Gesù, fu il fondatore del cristianesimo, la religione lanciata in grande stile da Costantino.
Solo in un punto della terra in cui manca tutto ci si poteva inventare un Dio che a tutto provvede.
E forse è proprio il deserto che può contribuire a spiegare gli interdetti alimentari e divieti sessuali di cui abbondano le scritture incautamente definite sacre.
Gli uomini del deserto hanno rinunciato alla propria libertà e si sobo consegnati ad un dio padre e padrone assoluto della vita umana.
Il popolo ebreo non ha stipulato una vera e propria alleanza; ha accettato delle clausole palesemente vessatorie.
E come un padre si comporta questo nostro Dio, premuroso certo, ma pur sempre signore della nostra vita e della nostra morte.
Siamo stati così incapaci di darci una legge e un'etica, al punto che ci siam dovuti inventare un legislatore celeste, il quale è anche giudice e braccio armato di se stesso, che provvedesse al posto nostro.
La nostra vita, in definitiva, è orientata dalla paura del castigo o dalla speranza del premio. Ma cosa pretende dai suoi figli questo nostro Dio? Che lo si adori, riconoscendolo unico, che ci si commetta a lui senza condizioni, che ci si contenga nella gestione del nostro corpo, misurando sempre la gioia.
Vorrei soffermarmi un attimo dei dieci comandamenti, il quale impone di non desiderare la roba degli altri. Noi dunque non possiamo desiderare una vita migliore, piu dotata di beni materiali, nè rivendicare alcun diritto nei confronti dei potenti. Possiamo solamente contare sulla loro benevolenza, sulla carità, che sancisce  una distanza, santificando una gerarchia.

sabato 27 agosto 2011

Note sull'insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica.

Prescindiamo per ora dalle valutazioni pedagogiche circa l'insegnamento della raligione a bambini in età scolare.
Vorrei piuttosto prendere in considerazione alcuni aspetti politico-giuridici, concernenti in modo particolare il reclutamento degli insegnanti e la disciplina dell'ora alternativa  per chi di quell'insegnamento non intende avvalersi.
Gli insegnanti di religione, oltre ai titoli accademici, devono possedere uno speciale nulla osta rilasciato dal vescovo, il quale non valuta solamente la preparazione e le capacità didattiche, ma anche la condotta morale tenuta fuori dal contesto lavorativo. E' evidente come il nulla osta si presti ad abusi ed ipocrisie.Tanto per capirci facciamo un esempio. Nessun omosessuale che si dichiari tale sarà mai abilitato ad avvicinarsi alla sfera del sacro. Sarà sufficiente non ostentare la propria condizione o magari far celebrare un bel matrimonio di copertura, per accontentare gli occhi del mondo.
Comunque sia a me pare quantomeno dubbio, anche sotto il profilo della legittimità costituzionale, che per l'accesso ad un pubblico impiego alle dipendenze dello stato sia necessario possedere dei requisiti stabiliti da un ente facente capo ad un ordinemento esterno rispetto a quello statale. E' appena il caso di ricordare che il trattamento economico degli insegnanti di religione, scelti dalla curia vescovile, è interamente a carico del Ministero, per una somma che si aggira sugli ottocento milioni di euro l'anno.
Il secondo aspetto che vorrei prendere in considerazione riguarda la disciplina dell'ora alternativa. I bambini non avvalentisti, e già questa connotazione in termini negativi suona piuttosto discriminatoria, il più delle volte sono semplicemente allontanati dalla classe, anche perchè generalmente non vengono proposte delle serie alternative. Il bambino non avvalentista dunque rischia di diventare un serio problema organizzativo ed economico. Da quì la tentazione di fare pressione sulla famiglia affinchè segua l'insegnamento della religione, anche perchè se non lo fa si sentirà inevitabilmente diverso: gli altri preparano la recita di Natale e si divertono con la tempera a discegnare il presepe, e tu invece da solo in una classe con bambini più grandi, speri che per il prossimo anno mamma e babbo ci pensino bene.
E' chiaro che l'IRC non può essere eliminato dalla scuola pubblica, almeno finchè l'Italia ospita un piccolo stato ierocratico e parassita al centro della propria capitale. E' altrettanto vero però che questo non può risolversi, come di fatto accade spesso, in un trattamento discriminatorio nei confronti di chi sceglie di nonseguire un insegnamento confessionale, pur impartito all'interno di una scuola che, almeno formalmente, è laica.

mercoledì 17 agosto 2011

Rinchiudete Padre Livio

I semplici non sospettano che il dibattito teologico possa essere estremamente ricco e variegato. E' da ingenui pensare alla Chiesa come ad un blocco monolitico, come se, pur all'interno della stessa ortodossia, non possano esistere punti di vista divergenti, persino sostanzialmente contrapposti. Carlo Maria Martini e Livio Fanzaga, ad esempio, sono sacerdoti dello stesso culto. Eppure uno di essi è un gentiluomo, un biblista raffinato, elegante nei modi, misurato nello stile, sempre disposto al confronto anche col mondo laico, che lo ascolta volentieri.
Padre Livio Fanzaga, invece, è un cattolico fondamentalista, intransigente, radicalmente antimoderno, chiuso a qualsiasi idea di diritto ondividuale; arla come un pazzo visionario che aspetta e teme la venuta dell'Anticristo.
Se fosse pazzo, come io sono propenso a credere, dovrebbe essere curato e posto nella condizione di non fare troppi danni.
Finchè è lui a non riconoscere di avere problemi mentali piuttosto seri non mi preoccuperei più di tanto: è proprio dei pazzi ostinarsi a non riconoscere la propria condizione.
Il punto che invece dovrebbe farci riflettere è che questi personaggi non sono tenuti per matti neppure dagli altri. Radio Maria, di cui Padre Livio è direttore, vanta ascolti quotidiani calcolati nell'ordine dei milioni. Tutti i giorni dunque milioni di persone possono sentire le sue invettive contro la modernità, godersi il panegirico dei martiri vittime del comunismo, il suo abbaiare rabbioso contro il pensiero laico, la difesa del magistero romano contro chiunque, anche all'interno della Chiesa, lo metta timidamente in discussione.
Rimane un dubbio. Se la croce è scandalo per la ragione, per quale motivo aggredire il mondo laico con argomenti che, negli intenti dell'oratore, vorrebbero essere razionalmente fondati?

Tette al vento e libertà

Ho visto una parte del concertone di Vasco, di cui non sono fan, alla TV, come hanno fatto del resto cinque milioni di persone. Più di tutt...